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Bisogno di regole

· ​Le traiettorie dell’islam radicale ·

Pubblichiamo in una nostra traduzione uno stralcio del saggio «Les trajectoires des jeunes jihadistes français» di Farhad Khosrokhavar, contenuto nel numero di giugno della rivista francese «Études». L’autore, sociologo e accademico iraniano, è dal 1998 direttore dell’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) di Parigi. Tra le sue opere, ricordiamo L’islam des jeunes (1997), Les nouveaux martyrs d’Allah (2002), L’islam dans les prisons (2004).

Lo jihadismo è un fenomeno che risale all’ultimo quarto del XX secolo. Un po’ ovunque, degli individui si radicalizzano e tentano di compiere attentati al fine dii lottare contro l’eresia e l’empietà (kufr), di denunciare atti di profanazione dell’islam. Molti di loro sono cresciuti in Europa. Spesso sono di origine musulmana, ma sono sempre più numerosi i convertiti. Dall’inizio della guerra civile in Siria (2013) si sta diffondendo una nuova forma di jihadismo e i suoi nuovi protagonisti hanno caratteristiche diverse rispetto al passato.

In Francia, e più in generale in Europa, il terrorismo nel nome di Allah è un fatto ultraminoritario tra i musulmani. La sua portata non ha alcun rapporto con il numero effettivo delle persone uccise, sconvolgendo però la società e generando una crisi profonda al livello delle assise simboliche dell’ordine sociale.

Gli attentati pongono la questione dello jihadismo e della sua ideologia estremista, ma anche, e soprattutto, dell’attore jihadista, che passa all’azione e commette i suoi crimini a sangue freddo. Da dove nasce la sua decisione? Come comprendere la sua frenesia in una carneficina che spesso si conclude con la sua stessa morte, che ha a lungo premeditato come atto di compimento del suo destino nel martirio?

Chi sono questi attori? È possibile distinguere diverse categorie di islamisti radicali in Europa, che hanno come tratto comune quello di essere “terroristi di casa”, vale a dire giovani scolarizzati ed educati nei Paesi europei. Ci sono anzitutto i giovani dissociati (quelli delle banlieue). A questi si aggiungono, soprattutto dal 2013, giovani del ceto medio. La terza categoria è costituita da ragazze o giovani donne.

La soggettività dei giovani dissociati che abbracciano l’islam radicale è caratterizzata da un tratto fondamentale: l’odio verso una società che percepiscono come profondamente ingiusta nei loro confronti. Vivono l’esclusione come un fatto ineludibile, uno stigma che hanno sul loro volto, nel loro accento, nella loro lingua, come anche nella loro postura fisica, percepita come minacciosa dagli altri cittadini. Sono in rotta con la società e respingono ogni divisa (anche quella del vigile del fuoco) come emanazione di un ordine repressivo. La loro identità si declina nell’antagonismo rispetto alla società degli inclusi, francesi, gaulois o anche persone di origine nordafricana che sono riuscite a sollevarsi al livello dei ceti medi. Stigmatizzati agli occhi degli altri, provano un senso profondo della propria indegnità. Ciò si traduce in un’aggressività a fior di pelle, non solo verso gli altri, ma anche, e spesso, verso membri della propria famiglia, soprattutto il fratello più piccolo o la sorella più giovane che osa uscire con un ragazzo.

Il ghetto della banlieue si trasforma in una prigione interiore. Quei giovani mutano il disprezzo verso se stessi in odio verso gli altri, e lo sguardo negativo degli altri in uno sguardo sprezzante su di loro. Mirano anzitutto a caratterizzare la loro rivolta con atti negativi piuttosto che cercare di denunciare il razzismo impegnandosi socialmente. Rinchiusi nel loro quartiere o anche solo all’interno di qualche isolato, i giovani esclusi trovano la via d’uscita nella delinquenza e nella ricerca di denaro facile per vivere secondo l’agognato modello delle classi medie. Talvolta le superano, appropriandosi di somme più o meno importanti che dilapidano con i propri compagni, a costo di reiterare l’atto di delinquenza che diventa progressivamente criminale. Il male di cui più soffrono sono la vittimizzazione e la certezza che l’unica via d’accesso al livello dei ceti medi sia la delinquenza, giacché la società, secondo loro, ha chiuso tutte le altre uscite.

Come l’odio trova una via di fuga nella delinquenza, così si placa con l’accesso, per brevi periodi, all’agio materiale seguito dalla dissipazione dei beni acquisiti illegalmente. Ma per una piccolissima minoranza la devianza da sola non basta; hanno bisogno di una forma di autoaffermazione che combini diverse caratteristiche: la riscoperta della dignità perduta e la volontà di affermare la loro superiorità sugli altri mettendo fine al disprezzo di sé. La trasformazione dell’odio in jihadismo sacralizza la rabbia e fa loro superare il proprio malessere attraverso l’adesione a una visione che rende loro “cavalieri della fede” e gli altri “empi” non degni di esistere. Il cambiamento esistenziale è così compiuto, il sé diventa puro e l’altro impuro. L’islamismo radicale opera un’inversione magica, che trasforma il disprezzo di sé in disprezzo dell’altro e l’indegnità in sacralizzazione di sé a scapito dell’altro.

di Farhad Khosrokhavar

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26 maggio 2019

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