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Bisogno di interiorità

· ​Tra preghiera e solitudine ·

Ma che si può cercare nei monasteri? Le cose più diverse, a cominciare da una novità, da un’esperienza esotica, in un ambiente che più diverso rispetto alla nostra società non si può immaginare, fino ad arrivare a una vacanza a basso costo in ambienti quasi sempre piacevoli. Certo, si tratta sempre di un’ospitalità povera, ridotta all’essenziale. Anche se adesso quasi tutte le foresterie dei monasteri hanno camere con bagno, sono ambienti spartani, senza frigo né televisione, spesso con lampadine a basso voltaggio che la sera fanno poca luce, ma in cambio quasi tutte dotate di un piccolo tavolino con sedia per leggere e scrivere. In molti casi c’è una stanza comune con la televisione, ma il periodo del silenzio inizia presto, e al massimo si può combinare una partita a carte con altri ospiti: comunque, è sottinteso che si vada a letto non tardi, e ci si alzi presto per partecipare all'ufficio liturgico delle Lodi, spesso seguito dalla prima messa, nella chiesa del monastero.

La cappella di Santa Maria nell’abbazia di Novalesa

Altrettanto spartano è il vitto nel refettorio, in tavolate comuni, dove la scelta è molto ristretta, quando c’è. Ma quasi sempre è eccellente la qualità degli alimenti, che provengono dalle terre del monastero o dai dintorni, e sono naturali e semplici. Insomma, povertà, buio, silenzio; anche gli ospiti, se pure solo parzialmente rispetto ai religiosi, sono coinvolti in una scelta ascetica che li induce a dare importanza ad altre cose, rispetto a quelle abituali: invece delle chiacchiere sul cibo, o sui programmi televisivi — in genere oggetto di conversazione fra sconosciuti durante le vacanze — emerge la bellezza dei canti liturgici, si scopre la gioia sorprendente di iniziare la giornata con una preghiera. E soprattutto si scopre il silenzio.

Quale che sia il motivo per cui si è andati in un monastero — anche se superficiale o profano, come il basso costo della pensione o la partecipazione a un seminario di filosofia —, lì si incontrerà il silenzio, e il silenzio, per l’uomo, apre la porta alla ricerca di Dio.

Il silenzio non è certo prerogativa esclusiva dei conventi e dei monasteri, ma in questi edifici, impregnati di preghiera e di silenzio durati magari secoli, è più facile raggiungere questo stato della mente e del cuore. Perché il silenzio non è solo assenza di parola e di rumori, ma è la possibilità infine di ascoltare. E di sperimentare la distinzione tra silenzio e solitudine fisica, che spesso ci porta a un’equazione sbagliata tra preghiera e solitudine.

Come scrive Catherine Doherty, fondatrice delle pustinie, le case del silenzio, «la preghiera, come il silenzio, è questione di viaggio in se stessi, come tutti i pellegrinaggi dello Spirito». Ma questo viaggio silenzioso può avvenire anche accanto ad altre persone, immerse a loro volta nello stesso silenzio.

Coloro che vivono nel monastero in modo permanente, almeno per una parte di sé, vivono fuori dal tempo, e chi vive fuori dal tempo vive nell’eternità. E questo, ovviamente, significa contatto con Dio. Se gli ospiti di un monastero riescono a cogliere anche solo un atomo di questa realtà diversa, se arrivano a capire che la chiarezza dell’anima non consiste solo nella chiarezza della mente, possono iniziare un viaggio interiore che li condurrà alla pace. Nel mondo, sono pochissime le situazioni che ci possono portare alla pace, ed è importante che qualcuno indichi questa direzione: monasteri e conventi lo fanno da molti secoli, forti di un’esperienza che sanno trasmettere anche solo dai muri, dalla conformazione degli spazi, dalla scansione della giornata che si svolge secondo ritmi millenari.

di Lucetta Scaraffia

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23 maggio 2019

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