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Bisogna pensare al mondo intero

· Alle origini della «Populorum progressio» ·

La figura e l’opera di Giovanni Battista Montini sono state al centro il 12 giugno a Villa Bonaparte, sede dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede, di una conferenza del cardinale Paul Poupard. Testimone privilegiato, il cardinale ha rievocato in particolare gli anni del concilio, i primi viaggi di Paolo vi e il suo forte legame con la cultura francese. Del testo pubblichiamo la parte sulla genesi dell’enciclica Populorum progressio.

Paolo VI  con Louis-Joseph Lebret

Ricordo la preparazione e la promulgazione dell’enciclica Populorum progressio sullo “sviluppo dei popoli”, nel 1967. L’anno prima, mentre ero come al solito al lavoro in Segreteria di Stato, mi è successo quanto mi era accaduto con Jacques Maritain alla chiusura del concilio. Il commesso venne a cercarmi per dirmi che in anticamera mi aspettava «un certo padre Lebret, che dice di essere stato mandato dal papa». È così che ho conosciuto Louis Lebret, il domenicano francese che aveva fondato il gruppo di studi Économie et humanisme, sulla scia dell’economista François Perroux. Come con Maritain, il pontefice, che quel giorno era particolarmente impegnato, mi ha chiesto di ascoltare padre Lebret per poi riferirgli. 

In quegli anni di svolta — dopo l’onda d’urto della conferenza di Bandung, la Settimana sociale di Francia sull’aumento dei popoli nella comunità degli uomini, il tema ricorrente del sottosviluppo, l’irruzione sulla scena internazionale di nuovi stati indipendenti, portatori di grandi sofferenze e di forti speranze, ma anche di una certa minaccia per l’equilibrio mondiale — la pace era in pericolo, e molte voci si fecero sentire per far sì che la Santa Sede intervenisse. Paolo VI, con la precisione propria del suo metodo, aveva costituito un dossier di lavoro dal titolo: «Sullo sviluppo economico, sociale e morale: materiale di studio per un’enciclica sui principi morali dello sviluppo umano». Con testi di vescovi, come don Hélder Câmara, di economisti, come François Perroux, e di politici, come Mamadou Dia, presidente musulmano del Mali.
Senza che fosse decisa la forma definitiva che il lavoro avrebbe assunto, vari esperti vi apportarono il loro contributo. E grazie a incontri come quello con padre Lebret, prese forma in Montini l’idea che poteva e addirittura doveva intervenire, in quanto c’era un’attesa che trascendeva la Chiesa e i cristiani, e una parola del papa poteva essere ascoltata, sulla scia della sua visita alle Nazioni Unite e del suo discorso, in cui si era presentato con umiltà come esperto in umanità, portatore di un messaggio di pace. Furono quindi preparati sette progetti in diverse lingue, e sicuramente per l’importanza del contributo decisivo di padre Lebret, che nel frattempo era morto, e dello stretto legame che aveva instaurato con lui, Paolo vi mi chiese di occuparmi del dossier e di tenere la conferenza stampa, il martedì di Pasqua del 1967, per la presentazione dell’enciclica nella Sala stampa della Santa Sede.
Qualche mese dopo, il 16 maggio 1967, ricevendomi con padre Georges Jarlot, il docente di morale sociale alla Pontificia università gregoriana di cui avevo ottenuto la collaborazione per l’ultima revisione del testo, mi chiese quale accoglienza avesse ricevuto l’enciclica. Gli risposi: «Santo Padre, dopo di lei tutti ripetono le due frasi cardini dell’enciclica, diventate veri e propri motivi ricorrenti, “la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale” e “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Ma quasi nessuno sembra ricordarsi che è stato lei a dirle». Quale fu la sua reazione? «Ciò che mi ha detto, caro monsignore, mi colma di gioia, è il piccolo contributo che avrò dato alla cultura del nostro tempo» disse.
E aggiunse: «Ai miei visitatori parlo dell’enciclica e dico che è nata in una culla francese». Quando replicai che questo gli veniva anche rimproverato, mi rispose: «Si sbagliano, perché mi piace così com’è nata e così com’è. Potrei dire anch’io, come Nostro Signore, “ancor prima che fosse, l’ho amata”. Amo il pensiero francese, il suo vigore, la sua chiarezza, la sua ricchezza, la sua espressione, e poi il caro padre Lebret, sempre, ogni volta che me ne parlava: lui ha fatto il primo progetto, lei lo sa bene, lei che sa tutto. Dopo ci sono state varie vicende, poi padre Jarlot, e poi lei ha sistemato bene tutto. La ringrazio, il mondo cambia rapidamente e così anche la Chiesa, non bisogna essere in ritardo come altre volte; tanto è cambiato da Leone XIII, e ancora sta cambiando; le classi: non è più così, è superato. Oggi ci sono i popoli, tutti i popoli; il mondo intero; bisogna pensare al mondo intero, parlare per il mondo intero. Noi abbiamo voluto farlo ed è stato un bene».

di Paul Poupard 

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