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Bisogna dire no
alla cultura del provvisorio

· ​Ai consacrati Papa Francesco chiede di valorizzare la vita fraterna in comunità ·

«Immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, che può condurre a vivere “à la carte” e a essere schiavi delle mode», la vita consacrata sta subendo una “emorragia” «che indebolisce la stessa Chiesa». Per questo occorre valorizzare la vita fraterna in comunità, offrendo al mondo una testimonianza di «speranza e gioia». È quanto ha raccomandato Papa Francesco alla plenaria della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ricevuta sabato 28.

Preoccupato perché «le statistiche dimostrano» un numero crescente di “abbandoni” nelle congregazioni religiose, il Pontefice ha elencato i «fattori che condizionano la fedeltà in questo cambio di epoca, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi». E ha ricordato la vicenda di «un bravo ragazzo impegnato in parrocchia» che voleva «diventare prete, ma per dieci anni». Ecco allora come «il primo fattore che non aiuta a mantenere la fedeltà» sia «il contesto sociale» odierno segnato dalla «cultura del provvisorio», la quale «induce il bisogno di avere sempre delle “porte laterali” aperte su altre possibilità». Inoltre, ha aggiunto il Papa, «viviamo in società — ha commentato — dove le regole economiche sostituiscono quelle morali, dettano leggi e impongono sistemi di riferimento»; società in cui regna «la dittatura del denaro».

Il secondo elemento individuato dal Pontefice riguarda «il mondo giovanile» considerato «non negativo», ma comunque «complesso, ricco e sfidante. Non mancano — ha spiegato — giovani generosi, solidali e impegnati». Però anche tra loro «ci sono molte vittime della logica della mondanità». Il terzo fattore indicato invece «proviene dall’interno della vita consacrata, dove accanto a tanta santità, non mancano situazioni di contro-testimonianza». Tra queste «la routine, la stanchezza, le divisioni interne, la ricerca di potere — gli arrampicatori — un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre un “lasciar fare”».

Ma il Papa non si è limitato a criticare, ha anche suggerito un itinerario incentrato sulla speranza e sulla gioia. Perché, ha aggiunto a braccio, è questo che «ci fa vedere come va una comunità. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta». Da qui l’invito a curare la vita fraterna in comunità, dal cui rinnovamento dipendono «il risultato della pastorale vocazionale e la perseveranza dei fratelli e delle sorelle giovani e meno giovani».

Infine il Papa ha rimarcato l’importanza dell’accompagnamento, suggerendo di investire «nel preparare accompagnatori qualificati». E in proposito ha sottolineato come «il carisma dell’accompagnamento, della direzione spirituale» sia “laicale”. «Prendetevi cura voi — ha esortato i presenti — dei membri della vostra congregazione. È difficile mantenersi fedeli camminando da soli, o camminando con la guida di fratelli e sorelle che non siano capaci di ascolto, o che non abbiano un’adeguata esperienza. Mentre — ha concluso — dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze, che protegga, controlli o renda infantili, non possiamo rassegnarci a camminare da soli, ci vuole un accompagnamento vicino, frequente e pienamente adulto».

Il discorso del Papa

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