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Bisogna cambiare

· Vita consacrata / L'istituzione ·

Vocazioni e abbandoni, autorità, beni, rapporto uomo-donna, abusi... Intervista a tutto campo con il prefetto João Braz de Aviz

Nella vita consacrata, la parte femminile è più numerosa di quella maschile. A Roma, incoraggiata da Papa Francesco, la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica si sforza di raggiungere la parità. Oggi le donne sono quindici su trentotto officiali. Dei cinque uffici della Congregazione, due sono diretti da donne. Il cardinale prefetto João Braz de Aviz ne è fiero. Accogliente e gioviale, il cardinale brasiliano non elude nessuna domanda, neanche la più scomoda: i conventi che chiudono, gli abusi sessuali, gli abusi di potere, la cattiva gestione dei beni, la pesantezza delle strutture che vanno riadattate. Ma non perde la speranza.

Il cardinale João Braz de Aviz, brasiliano,dal 4 gennaio 2011 prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica

Eminenza, ci sono ombre e luci nel panorama generale della vita consacrata femminile. Fra le ombre, si registra una crisi importante delle vocazioni. Secondo lei la situazione è preoccupante?

La situazione varia da un continente all’altro. L’Europa attraversa un momento davvero difficile, si chiudono molte case, ci sono anche molti abbandoni. In Asia, invece, abbiamo un numero impressionante di vocazioni religiose femminili. Ad esempio in Vietnam, un paese comunista, hanno mille novizie ogni anno! Un fenomeno simile lo ritroviamo in Africa mentre l’America latina vive un periodo di stasi. In Europa la vita consacrata ha radici molto forti ma non ci si è accorti che alcune cose vanno cambiate, perché sono invecchiate. La formazione prima di tutto, poi la questione della fraternità — noi non possiamo essere degli individualisti che abitano insieme — e infine il rapporto autorità-obbedienza. Senza dimenticare il rapporto uomo-donna: perché il consacrato e la consacrata devono essere così separati? Infine dobbiamo rivedere la questione dell’uso dei beni. Alcuni ordini o congregazioni hanno molte proprietà, molti soldi, altri quasi niente, e c’è ancora poco interscambio.

Appunto! Papa Francesco, parlando del tracollo delle vocazioni nella vita consacrata ha detto: il rischio è poi che la congregazione sempre più piccola si attacchi ai soldi. È così?

A volte cinque donne comandano un patrimonio enorme. Questo è un problemone, perché i beni non sono della congregazione o di quelle cinque persone. I beni sono della Chiesa. Abbiamo organizzato due importanti simposi su questo tema. Papa Francesco raccomanda due cose: la professionalità prima di tutto, cioè dobbiamo essere competenti, l’economia è una scienza, l’amministrazione è una scienza; inoltre, tornare ai valori del Vangelo.

Lei prima ha accennato al fatto che oltre alla crisi delle vocazioni, c’è anche, e forse soprattutto, il problema degli abbandoni. Quali sono generalmente i motivi che spingono le religiose a uscire dal convento?

Sicuramente influisce molto il contesto culturale attuale, in cui è difficile assumere responsabilità per tutta la vita. Questo è vero, ma i motivi sono vari: problemi affettivi, storie personali piene di ferite. Molte volte la formazione iniziale è molto bella, poi il paragone con la vita della comunità in cui la religiosa si ritrova a vivere è deludente. Le motivazioni sono varie. Ma soprattutto bisogna cambiare fortemente la formazione. Essa dovrà essere personalizzata e curata per tutta la vita, creare cioè la coscienza di essere sempre in formazione in un contesto di fraternità.

Forse le suore sono anche deluse perché si ritrovano a fare lavori umili, ad avere mansioni amministrative noiose o che non corrispondono alla formazione che hanno ricevuto.

Qui c’è anche tutto il problema dell’abuso dell’autorità. Come dice il Papa, quando l’autorità è interpretata come potere e non come servizio si può arrivare a situazioni dolorose. Io penso che anche le persone che hanno ruoli direttivi dovrebbero imparare a condividere con la comunità la vita e tutte le necessità: la cucina, le pulizie… Essendo però rispettate nel loro ruolo di servizio di autorità.

Dal suo punto di vista c’è un abuso di potere che riguarda anche le donne?

Le donne consacrate alle volte hanno una forza di potere straordinaria in alcune congregazioni. Noi abbiamo avuto casi, non molti per fortuna, di superiore generali che una volta elette, non hanno più ceduto il loro posto. Hanno aggirato tutte le regole. Una ha voluto persino cambiare le costituzioni per poter restare superiora generale fino alla morte. E nelle comunità ci sono religiose che tendono a ubbidire ciecamente, senza dire ciò che pensano. Tante volte si ha paura, nel caso delle donne ancora di più, si ha paura della superiora. Nella vera obbedienza, al contrario, è necessario dire quello che il Signore suggerisce dentro, con coraggio e verità, per offrire al superiore più luce per decidere. E poi obbedire, come ha fatto Gesù.

Riguardo agli abbandoni, immagino che una religiosa che decide di lasciare il convento vive un momento di crisi molto forte, traumatico. Si fa abbastanza per aiutarle?

Normalmente sì, ma manca moltissimo. Alle volte sono completamente abbandonate. Ma le cose stanno cambiando. Il caso più significativo è proprio la decisione del Papa di creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi o dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere.

Ma è una realtà conosciuta questa casa a Roma?

Sì, ma è all’inizio. Il nostro Dicastero è coinvolto per sostenere questa casa. Il gesto di Papa Francesco è meraviglioso. Io sono andato a rendere visita a queste ex-suore. Ho trovato lì un mondo di ferite, ma anche di speranza. Ci sono casi molto duri, in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento, o che sono state mandate via. Queste persone sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni. C’è stato anche qualche caso di prostituzione per poter mantenersi. Si tratta di ex-suore! Le suore scalabriniane hanno assunto la cura di questo piccolo gruppo. Però alcuni casi sono veramente difficili, perché siamo di fronte a persone ferite con le quali bisogna ricostruire la fiducia. Dobbiamo cambiare l’atteggiamento di rifiuto, la tentazione di ignorare queste persone, di dire “non è più un problema nostro”. E poi, spesso queste ex-suore non vengono in nessun modo accompagnate, non viene detta una parola per aiutarle… tutto questo deve assolutamente cambiare.

Cosa può dirmi, invece, della vita contemplativa femminile?

In Europa c’è un calo molto grande. Le vocazioni ci sono, ma poche. Molti monasteri rimangono vuoti, non si sa come fare, si perdono un sacco di beni. L’età media delle monache in Europa è molto alta! Nei prossimi anni, noi pensiamo che la vita contemplativa potrà calare del 50 per cento. Il Santo Padre ha voluto che fossero prese delle misure per lottare contro l’isolamento, per creare rapporti più fraterni, incoraggiare la testimonianza e la fedeltà al carisma e alle costituzioni… Però le strutture sono pesanti e il cambio è lento. E pensare che la vita contemplativa è uno dei segni più belli della vita cristiana consacrata.

Nella Chiesa, come ancora in vari settori della società, le donne hanno ruoli subalterni. Perché, ad esempio, le religiose che lavorano negli ospedali sono quasi sempre infermiere, quasi mai medici? Non trova che a volte la formazione delle religiose è un po’ trascurata?

Non solo. È tutta una visione che deve essere superata. Purtroppo, in alcuni ordini, le costituzioni collocano la donna a un livello inferiore rispetto agli uomini. La relazione non può essere di sottomissione né di comando. Dovrà essere di uguale dignità nella diversità.

Ma, appunto, cosa si può fare? Si registrano progressi?

Moltissimi. Basta vedere il cammino straordinario che ha fatto la Uisg, Unione internazionale delle superiore generali. Per tanti versi, la donna è più intraprendente degli uomini, perché è più concreta.

Però è anche vero che il potere nella Chiesa rimane legato al sacramento dell’ordine.

Questo bisogna cambiarlo. Papa Francesco ha detto che c’è un equivoco, un malinteso. Nel caso del sacramento dell’ordine, si confonde potestà e potere. La potestà del sacramento dell’ordine è un servizio e non un potere che sfocia facilmente nell’atteggiamento di dominazione. Il processo di decisione deve essere fatto in comune, camminando insieme. In tanti campi, le donne occupano già posizioni di responsabilità e decisione. Però è ancora troppo poco.

Un argomento doloroso: gli abusi sessuali subiti da religiose da parte di sacerdoti. Il Dicastero che lei dirige si occupa di questo dramma?

Sì. Noi riceviamo segnalazioni di casi, li dobbiamo esaminare. E c’è un’altra cosa che ci sorprende: stanno cominciando ad apparire casi di abusi sessuali tra suore. Per esempio tra la formatrice e la persona in formazione. In una congregazione ci sono stati segnalati nove casi. Questo fenomeno che tocca l’ambito femminile è rimasto più nascosto. Però viene fuori. Dovrà venire fuori. Molte volte la maturità nel campo affettivo e sessuale è debole, è relativa. Se arrivano accuse, noi accogliamo e cominciamo a discernere. Tante cose sono vere, tante no, però non nascondiamo nessun problema. Il Papa ci chiede totale trasparenza.

Dunque ricevete segnalazioni di abusi sessuali e abusi di potere.

Ah sì. Sono campi dove oggi dobbiamo arrivare con la forza del Vangelo. Voglio dire: una cultura che ci ha fatto entrare in queste deviazioni deve sparire, dobbiamo tornare alla testimonianza.

Dunque c’è speranza?

Moltissima. C’è più apertura che chiusura oggi nella Chiesa. Poi ci sono gli irriducibili.

Terminiamo con una nota positiva. Molte religiose sono impegnate, anche attualmente, nei tanti difficili campi delle missioni e dei servizi di assistenza.

Sì, le donne sono presenti su tanti fronti, per esempio in posti dove si rischia la vita, dove si è disprezzati. Le donne consacrate sono molto coraggiose, molto audaci, forse per la forza della maternità. E queste cose Papa Francesco ci dice che non le dobbiamo perdere.

di Romilda Ferrauto

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23 febbraio 2020

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