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Bibliotecario di passo

Se i bibliotecari sono pennuti alati di stanza o di passo, Alcide De Gasperi appartenne alla classe dei migratori, anche se il passo durò quindici anni. Entrò nella Biblioteca Vaticana, solo perché questa era diventata in quel tempo refugium peccatorum , come argutamente diceva papa Pio XI, disposto a indulgenza per quel genere di peccatori. L’assunzione avvenne il primo aprile 1929, a 1.500 lire il mese (stipendio abbastanza consistente, allora). Il lavoro al quale fu posto, il catalogo degli stampati che si stava impiantando con i nuovi criteri all’americana, corrispondeva solo in parte alle sue attitudini: e le schede che ne uscivano, redatte con l’aguzza scrittura, gli costarono sempre pena. Gli fu assegnata la catalogazione dei libri specialmente di scienze sociali, in lingue nordeuropee; e, poiché il termine è piuttosto approssimativo, gliene venivano portati anche in danese, norvegese, svedese, di ufficio o con qualche scherzevole malizia. Ma l’oscura fatica era compiuta senza amarezza, con serio impegno. Il contegno di quest’uomo nato politico, anche in questo ritiro non scelto per vocazione, colpiva per la dignitosa semplicità. Del passato il solo segno che desiderava gli si conservasse era l’antico titolo parlamentare; ma per tutto il resto l’ onorevole si accomunava con i colleghi, anche giovani, in tutta cordialità.

Arrivava alle otto, puntuale, all’ingresso della Biblioteca sul cortile di Belvedere, girando dietro la michelangiolesca abside della basilica, per la via delle Fondamenta, che forse gli era cara per i viali a mezza costa tra il verde, o anche più per l’itinerario che gli permetteva una breve sosta nella piccola chiesa del Camposanto Teutonico. E fino all’una restava al suo tavolo assiepato di libri. Si tirava a certi momenti gli occhiali in alto sulla fronte, e intercalava al lavoro, quasi sempre raccogliendo, battute di altri, conversazioni che inevitabilmente terminavano nella politica. Parlava a scatti, in maniera asciutta, ma non era amaro e acerbo, come si poteva attendere, trattando di cose e uomini del regime che dominava l’Italia (e gli aveva fatto gustare il carcere, alcuni mesi prima). Delle esperienze personali taceva. Nella misura permessa a un bibliotecario, leggeva i libri che trattava. Un altro rifugiato nella Vaticana in quegli anni, l’illustre orientalista Giorgio Levi Della Vida, ne ha indicato uno, che porta di fatto numerosi segni di quella lettura: l’autobiografia di un socialista svizzero, Fritz Brupbacher, incendiaria fino dal titolo, Sessant’anni di eresia . Il futuro statista si documentava.

A un certo punto, quando si dovette provvedere un nuovo segretario della Biblioteca, fu proposto al papa il nome di De Gasperi. Pio XI si mise le mani alle tempie, e aggiunse, quasi per sé: «Che diranno quelli dell’altra sponda?», ma sanzionò la nomina, qualunque cosa pensassero quelli al di là del Tevere. Nell’ufficio meglio corrispondente alle sue attitudini, si comportò altrettanto seriamente, con piena dirittura e grande umanità. Delle capacità negoziatorie diede prova specialmente in una lunga e complicata trattativa con un’istituzione culturale tedesca di Roma, per ottenere che fosse posta in atto una volontà testamentaria a favore della Vaticana. Con rappresentanti venuti anche da Berlino arrivò a un compromesso, che costituì il meglio di quanto si poteva sperare: la parte maggiore della raccolta michelangiolesca Steinmann entrò così nella Biblioteca. Nell’estate, dalle sue montagne, mandava notizie in questo stile: «Vi è pace grandissima e sulla nostra casetta si vede roteare, talvolta, solo il falchetto. Ma qui il codice vaticano non è conosciuto e nessuno va a caccia col falcone».

Vennero a termine, dopo il giugno ’44, gli anni dell’attesa. Di quel lungo intermezzo bibliotecario, ebbe a ricordarsi, prima della morte, quando scrisse al suo successore di cercare in archivio suoi autografi del tempo, destinati a confutare dinanzi al tribunale un’accusa politica che l’aveva amaramente colpito.

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25 agosto 2019

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