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Betlemme di Giudea o Betlemme di Galilea?

· Seguendo il filo della memoria storico-archeologica non ci sono dubbi ·

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode» ( Matteo, 2,1). «Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme (...) Mentre si trovavano in quel luogo (...), Maria diede alla luce il suo figlio primogenito». ( Luca, 2, 4-7): entrambi gli evangelisti Matteo e Luca non hanno esitazioni nell’assegnare a Betlemme, villaggio della Giudea, regione meridionale della Terra Santa e patria del re Davide, la sede della nascita di Gesù. Le cose si complicano, invece, per quanto riguarda la data, a causa di quel censimento, a cui Maria e Giuseppe devono partecipare. Stando alla documentazione romana, il governatore di Siria, Quirinio, avrebbe in realtà ordinato questa operazione censuale solo nel 6-7 dopo la nascita di Cristo, quando probabilmente Gesù era dodicenne e stupiva i dottori della Legge nel tempio di Gerusalemme, perché — secondo molti studiosi — l’anno della sua nascita è forse da retrocedere al 6 prima dell’era cristiana, quando appunto era ancora sul trono il re Erode che morirà due anni dopo ovvero nell’anno 4 antecedente l’era cristiana.

Ma lasciamo da parte l’intricata questione della cronologia, sulla quale si sono versati i tradizionali fiumi d’inchiostro, e soffermiamoci sulla topografia da cui siamo partiti. Sì, perché, nonostante l’accordo di Matteo e Luca, in passato, come pure in questi ultimi anni, si è discusso non solo tra gli studiosi, ma anche a livello mediatico proprio sul luogo di nascita di Gesù. L’archeologo Aviram Oshri, infatti, in un articolo apparso nel 2005 sulla rivista «Archaeology» ha rispolverato una tesi che era già balenata antecedentemente in alcuni saggi di studiosi: la nascita di Cristo sarebbe in realtà avvenuta in un’altra Betlemme situata in Galilea, regione settentrionale a 12 chilometri a nord-ovest di Nazaret, località nota anch’essa alla Bibbia che la colloca nel territorio galilaico della tribù di Zabulon ( Giosuè, 19, 15) e che ne fa la patria del giudice Ibsan ( Giudici , 12, 8).

Quali sarebbero le ragioni per “correggere” il testo evangelico? Innanzitutto un così lungo viaggio da Nazaret a Betlemme (140 chilometri), a dorso d’asino, risulterebbe arduo per una donna incinta. Inoltre, Betlemme di Galilea era un villaggio fiorente all’epoca di Gesù, a differenza di Betlemme di Giudea, allora decaduta. Ma l’accento maggiore è posto da Oshri su una tesi tutt’altro che inedita, sostenuta — come sopra si diceva — precedentemente da alcuni studiosi. È il caso dell’ebreo Joseph Klausner e dell’esegeta americano Bruce Chilton, autore di una intimate biography , come egli definisce la sua biografia del Rabbi Jesus , pubblicata a New York nel 2000. In forma più moderata anche altri importanti esegeti americani, come Raymond E. Brown nel volume La nascita del Messia (Cittadella, 1981) e John P. Meier con l’opera intitolata Un ebreo marginale (Queriniana, 2001), si sono orientati verso una tesi analoga.

Essa, in pratica, sostiene che gli evangelisti avrebbero scambiato tra loro i due Betlemme per una finalità teologica. Infatti, assegnando a Gesù come patria lo stesso villaggio d’origine di Davide si affermava la sua “naturale” messianicità, sulla scia dell’Antico Testamento, messianicità confermata anche dal legame genealogico di Giuseppe con la linea davidica: «egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide» ( Luca 2, 5). La tesi è suggestiva anche perché Matteo nel racconto dei Magi cita esplicitamente il profeta Michea che affermava: «Tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te, infatti, uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele» (2, 5-6). Anche l’evangelista Giovanni segnala una discussione attorno a Gesù, cittadino di Nazaret, contro il quale si obietta: «Il Cristo [cioè il Messia] viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?» (7, 41-42).

Bisogna, però, tener conto anche di altri elementi altrettanto suggestivi che orientano storicamente verso Betlemme di Giudea. Infatti, se gli evangelisti optarono per quest’ultima città al fine di sostenere la messianicità di Gesù, compiendo una scelta apologetica e “missionaria” per convincere gli Ebrei, come mai nella successiva polemica giudaica piuttosto vivace contro Gesù e i cristiani i rabbini non si preoccuparono mai di confutare come falso il dato della nascita di Gesù a Betlemme di Giudea proposto dai Vangeli? È, inoltre, curioso notare che questa stessa tradizione rabbinica posteriore non insiste più di tanto sulla nascita del Messia a Betlemme di Giudea, e Origene nella sua opera Contro Celso sospetta che ciò avvenne per non dare corda alla realtà effettiva della nascita betlemitico-davidica di Gesù. Ma anche l’archeologia, con buona pace di Oshri, ha qualcosa da dire al riguardo.

A Betlemme di Galilea, infatti, si trovano solo resti di un complesso monastico fortificato del vi secolo, dotato di una chiesa con cripta e di una foresteria. A Betlemme di Giudea, invece, già nel 326 si ergeva la maestosa basilica costantiniana, che ancor oggi sussiste sia pure con la rielaborazione posteriore di Giustiniano.

Essa era sorta intenzionalmente sopra una grotta già venerata da un’antica tradizione cristiana che l’aveva identificata come luogo natale di Gesù, grotta profanata dall’imperatore Adriano che ne aveva fatto la sede di un santuario pagano, attestando in forma indiretta la presenza di un culto cristiano. Il filo della memoria storico-archeologica è, perciò, più solido nella Betlemme di Giudea e ha il suo emblema nella basilica che Costantino eresse su impulso della madre Elena, come attesta anche lo storico loro contemporaneo Eusebio di Cesarea. Basilica che ancor oggi i pellegrini visitano, sia pure nel rifacimento giustinianeo: si pensi solo allo splendido pavimento musivo che è visibile parzialmente sotto il lastricato successivo.

Rimane quell’obiezione più immediata e concreta sulla fatica della trasferta Nazaret-Betlemme di Giudea. Essa, però, riflette una sensibilità squisitamente moderna, perché allora simili esperienze erano normali in organismi assuefatti al duro lavoro nei campi, a un tenore di vita aspro che non risparmiava neppure le donne incinte, come è verificabile ancor oggi nelle tribù beduine di quell’area. Siamo, quindi, in presenza di uno dei non rari episodi in cui si strattona l’archeologia verso esiti differenti di indole anche mediatica. Un caso analogo, ma ben più impressionante, fu quando la presunta (e poi smentita) scoperta del «sepolcro della famiglia di Gesù» fu trasposta nel documentario di un’ora intitolato The Lost Tomb of Jesus , trasmesso nel 2007 dall’americano Discovery Channel e diretto dal regista canadese James Cameron.

Ebbi occasione anch’io di seguirlo e devo confessare che rasentava in più di un punto l’esilarante, non solo per le sue affermazioni apodittiche, ma anche per gli svarioni e le semplificazioni, frutto della consulenza affidata nientemeno che a un giornalista investigativo e archeologo dilettante, tale Simcha Jacobovici, che cercava persino di dimostrare coi reperti ossei sottoposti a dna le parentele di Gesù, non tralasciando neanche la tesi delle sue nozze con Maria Maddalena! Giustamente il compianto — e vero archeologo — padre Michele Piccirillo aveva bollato quel documentario come «un chiaro esempio di mala-archeologia, evento commerciale senza nessun fondamento scientifico!».

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16 ottobre 2019

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