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Bestiari fantastici
in smalto azzurro

· I capolavori dell'arte limosina in mostra a Parigi ·

Giacomo Guala Bicchieri, patrizio vercellese, elevato alla porpora cardinalizia nel marzo del 1203 da Innocenzo III, fu una figura centrale del papato di Lotario e del successore, Onorio III Savelli, i quali gli affidarono le più importanti legazioni dello stato ecclesiastico nelle principali corti d’Europa.

Eletto nell’ordine canonicale di sant’Eusebio di Vercelli, Guala Bicchieri proseguì gli studi di perfezionamento in diritto canonico presso l’università di Bologna, per poi ricoprire delicate missioni di riforma del clero francese, e di pacificazione, presso la corte di Enrico ii in Inghilterra, attorno al 1216.

Cofano decorato  (1220-1225 circa, ritrovato nel 1823)

E fu infatti nel corso di quella ambasceria d’oltralpe che il cardinale giunse a contatto con gli splendori dell’arte mobile limosina, di cui lo stesso Innocenzo III fu grande appassionato, a seguito di una sua visita a Grandmont, nel limosino, commissionando ai maestri smaltisti di Limoges la lunetta della confessione di San Pietro in Vaticano e disponendo nel IV concilio lateranense del 1215 che gli arredi liturgici delle chiese fossero di provenienza di quegli atelier.

Il Museo nazionale del Medioevo di Cluny a Parigi espone dal 13 aprile parte del tesoro appartenuto al cardinale vercellese, composto da oggetti d’arte acquistati o avuti in dono, e registrati negli inventari a partire dal 1224. La mostra, nata in collaborazione col Museo civico di Arte Antica di Palazzo Madama, a Torino, si pone come tappa costitutiva di un programma di riscoperta e valorizzazione del passato artistico medievale, promosso dal dialogo internazionale tra diversi importanti musei di comune identità culturale, nell’ambito della “rete europea dei musei di arte medievale”.

Tra le oltre quaranta opere esposte, tra medaglioni, scatole, candelieri e bacini, l’itinerario espositivo si dispiega attorno all’eccezionale prestito del cofano di Guala Bicchieri per la prima volta all’estero, ritrovato nel 1823 entro il muro cavo dell’abbazia di Sant’Andrea a Vercelli, e acquistato dal museo torinese nel 2004. Datata attorno al 1220-1225, la cassetta profana appare riccamente impreziosita da applicazioni in smalto champlevé su rame, su un’anima di legno, con scene e cortesi e cavalleresche, e chiusa da una pregevole serratura di due uomini-aquila in combattimento, che danno forma a questo capolavoro assoluto dell’arte limosina.

A fianco a questo mirabile esemplare, figura un’altra attestazione di scrigno profano, realizzato anch’esso attorno al 1220, e di analoga lavorazione à jour, in smalto champlevé su rame, giunto dal Museo Leone di Vercelli, che si identifica come uno dei cofanetti menzionati negli inventari della collezione Guala Bicchieri e designati come lascito all’abbazia di Sant’Andrea a Vercelli, di cui egli stesso promosse il cantiere. Pregno di suggestioni transalpine, fondamentale fu infatti il ruolo del cardinale anche nell’evoluzione culturale del Piemonte, e in particolare nella fioritura delle forme gotiche in terra d’origine, con la costruzione del complesso edilizio vercellese, succitato, avviato per sua stessa volontà nel 1219.

A partire dal terzo-quarto decennio del XII secolo, l’intensa attività delle botteghe di Limoges favorì l’esportazione dei loro manufatti in tutta l’Europa medievale. Parallelamente ai paramenti liturgici, molto vasta fu la produzione di arredi di carattere profano, come scatole, fibbie e gémellions, o bacini, prodotti in grande numero, sia per la committenza religiosa sia per il mercato laico.

Tra i grandi temi del repertorio iconografico delle botteghe limosine spicca il vasto bestiario fantastico e reale, rappresentato da draghi, chimere, creature ibride, leoni, attestati dai nove medaglioni esposti, anch’essi del tesoro Guala Bicchieri, entrati a Palazzo Madama tra il 1868 e il 1884 e reimpiegati nel 1546 negli stalli della basilica di San Sebastiano di Biella, dipendente da Sant’Andrea in Vercelli. Tra questi figura un medaglione, datato 1220-1225, con cornice smaltata azzurra in rame dorato raffigurante una scena di combattimento tra un uomo e un drago, all’origine incastonato nel coro di San Sebastiano. Parallelamente a questo filone iconografico fatto di soggetti animali, verso il 1180 cominciano ad animare l’immaginario degli smaltisti limosini idilliache raffigurazioni di caccia e cortesi tratte dal mondo cavalleresco-aristocratico. Di tale indirizzo ne è testimonianza il gémellion, o bacino, della seconda metà del XIII secolo, di proprietà del Museo di Cluny, nel quale le due silhouettes galanti sul fondo della scodella appaiono incorniciate tutt’attorno da figure di musici e di scudi araldici.

Dopo i profondi rivolgimenti sociali provocati dalla Rivoluzione francese, che vedevano disperdersi le ricchezze del patrimonio culturale della Francia, l’arte medievale divenne l’appiglio storico per la riaffermazione di un’identità artistica autoctona. Grazie dunque al gusto antiquario e collezionistico dell’Ottocento, si assiste al proliferare di riproduzioni di oggetti medievali di diverso genere, tra cui anche gli smalti limosini, a testimonianza dell’impatto che tali prodotti esercitarono nell’estetica moderna.

Tra le attestazioni in stile limosino che compongono quest’ultima sezione, spicca il cofanetto del XIX secolo, proveniente dal Palais des Ducs de Lorraine di Nancy, realizzato con una lavorazione guilloché su rame. L’esposizione, aperta fino al 29 agosto 2016, mette in luce tutta la dimensione culturale del prelato piemontese, l’importanza del suo ruolo di committente, bibliofilo e collezionista, e la scelta programmatica aperta, aggiornata al gusto internazionale dei centri più vitali della cultura gotica.

di Luisa Nieddu

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