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Bernadette, Oliver
e l’importanza delle parole

· Una parodia del nostro mondo nell’ultima pièce di Sam Steiner ·

Locandina di «Lemons lemons lemons lemons lemons» (particolare)

Troppe o troppo poche, sbrigative o profonde, gettate via da una fretta che scivola nella sciatteria o impantanate in lunghe catene di incisi, digressioni, ricordi, analogie, aneddoti che sfiorano il delirio narcisista fine a se stesso, le parole, comunque, non bastano mai.
Le cose veramente importanti annegano nelle chiacchiere o non riescono neanche ad affiorare dal turbine delle cose da fare, delle bollette da pagare, del file da consegnare per quell’impegno di lavoro importante che si affaccia minaccioso dalle pagine dell’agenda. Il linguaggio, in fondo, è il nostro vero habitat naturale, lo strumento che plasma il nostro stesso pensiero e — Wittgenstein docet — i limiti del linguaggio coincidono con i limiti del nostro mondo, per cui la questione è molto più importante di quello che può sembrare a un primo sguardo.
Con la commedia Lemons Lemons Lemons Lemons Lemons Sam Steiner ha vinto la sfida di portare lo spettatore in un universo distopico fatto solo di parole, ambientato nel microcosmo di una giovane coppia, Bernadette ed Oliver, interpretati — con lieve, raffinato understatement e tempi comici ben oliati — da Loris Fabiani e Elisa Benedetta Marinoni. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro Belli di Roma nell’ambito della XVI edizione della rassegna Trend – Nuove frontiere della scena britannica. Bernadette e Oliver, dicevamo; avvocato in carriera lei, musicista indie lui, del genere Look Back in Anger ; John Osborne, in fondo, negli anni Cinquanta del Novecento era un giovane drammaturgo inglese proprio come Steiner. «Ho un’idea» dice Jimmy, l’alter ego di Osborne; «perché non facciamo un giochino? Facciamo finta che siamo esseri umani e che siamo vivi. Solo per un po’. Cosa ne dite?». Oliver ha lo stesso atteggiamento polemico e battagliero verso il mondo di Jimmy/John Osborne, ma con più leggerezza e autoironia.
Bernadette la pensa più o meno come lui sui temi politici e sociali, ma è molto meno barricadera e molto più attenta a restare con i piedi per terra. Il loro campo di battaglia è uno scontro dialettico continuo: brillante, vivace, divertente, mai banale, mai leziosamente sentimentale. Anche quando le parole diventano rarefatta distanza, o grido disperato — come i “limoni” cinque volte ripetuti del titolo. Anche quando la frontiera tra vita privata e vita pubblica si fa sempre più labile, e gli equilibri di coppia rischiano di saltare. Senza parole — o, viceversa, sommersi da troppe parole — anche Bernadette e Oliver rischiano l’anoressia affettiva o una bulimia di suoni che girano a vuoto come un motore in folle. «Il livello di crescita di una società si misura con la complessità della sua lingua» si legge nelle note di regia di Alessandro Tedeschi, che ha lavorato su un testo agile, scomposto in vari slot spazio temporali a incastro, non necessariamente consequenziali, un testo ben traghettato nella lingua italiana da Matteo Curtoni e Maura Parolini. «La democrazia liberale, la più evoluta forma di governo di una società, dovrebbe basarsi sulla libertà di espressione. Le parole con cui interagiamo sono lo specchio della nostra cultura e della nostra libertà». Ammesso che sia così, che cosa succederebbe se una legge riducesse il numero di parole che ognuno di noi può usare al giorno? E se fossero solo 140? Come faremmo a lavorare? A cantare? A litigare? A conoscere davvero qualcuno? A ordinare un piatto particolarmente complicato al ristorante? E quante parole rimarrebbero per la persona con cui viviamo? Bernadette ed Oliver ci raccontano il tentativo — in questa obbligata carestia verbale — di trovare una nuova lingua su cui fondare e difendere il loro rapporto, all’interno di un mondo in cui non è solo la loro storia a essere a rischio, ma la democrazia stessa. In Lemons lemons lemons lemons lemons l’ordine delle scene è costruito non sulla successione cronologica degli eventi ma secondo arcate emotive. La nuova norma che limita l’utilizzo delle parole (ogni giorno una persona non potrà usarne più di 140) è una Legge sulla Quiete come la chiama l’establishment di cui Bernadette fa parte o una Legge del Silenzio, come la chiamano i dissidenti di cui Oliver è leader? Tacere comunica serenità, ma comunicare è vitale per due persone che si amano. Lui ha bisogno di parole per urlare al mondo la sua indignazione mentre lei vorrebbe più silenzio per poter ascoltare ed essere ascoltata. «Sono diversa da te» ripete Bernadette, obbligata a buffi neologismi come “Amoti” e “Incomprendo” dal nuovo calmiere statale contro lo spreco del lessico, certa di non essere mai, davvero, capita da Oliver («Mi manchi». «Ma sono qui!» risponde lui. «Mi manchi lo stesso» taglia corto lei). In un mondo ammutolito dal bavaglio della sedicente Legge sulla Quiete hanno ancora senso espressioni come “impegno civile” e “muoversi per cambiare le cose”? Forse, riflette Oliver, cerchiamo di alleviare i sintomi del male solo per ridurre l’urgenza della cura. Forse la vera differenza di classe, ormai, sembra dire l’autore della pièce, non è tanto essere poveri o ricchi ma spettatori o protagonisti, passivamente omologati allo status quo o accanitamente “contro”. Ogni giusta causa, comunque, scrive Sam Steiner, cela una trappola psicologica insidiosa: credere di essere persone migliori solo in quanto paladini di una causa nobile, pensare di avere ragione in automatico anche su tutto il resto, come ripete con franchezza Bernadette al suo ragazzo, ormai diventato uno dei leader dei dissidenti. Sempre più compreso nel suo ruolo e sempre meno disposto a bruciare la sua riserva quotidiana di comunicazione verbale per parlare con lei.

di Silvia Guidi

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21 agosto 2018

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