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Berlino, quei nodi irrisolti
per l’Europa

· ​A trent’anni dalla caduta del muro ·

Alla fine di ottobre 1989, in un momento caratterizzato da difformi trasformazioni politiche nella Comunità europea e nell’Europa sovietica, tutti i capi dei gruppi politici presenti nel Parlamento italiano, convinti che il momento storico meritasse una comune analisi e proposta che andasse ben oltre i pur nobili interessi di parte, votarono una mozione che impegnava il Governo a far iscrivere al Consiglio europeo che si sarebbe tenuto l’8 e il 9 dicembre l’esame sull’attuazione e sul funzionamento dell’atto unico europeo, in relazione alle riforme istituzionali necessarie.

Non si trattò di una somma di cedimenti, ma di un compromesso di alto profilo all’altezza del momento storico che si stava vivendo. Il primo testo della mozione fu redatto prima della caduta del muro di Berlino e del collasso dell’impero sovietico e dei suoi alleati. Tuttavia, le considerazioni e gli impegni scontavano il fatto che la fine del totalitarismo comunista fosse alle porte e che tale esperienza stesse implodendo senza spargimenti di sangue.

La sera dell’8 novembre le televisioni del mondo mostrarono la «festa» pacifica dell’abbattimento del muro, in un mondo incredulo che l’«impero» si sarebbe polverizzato come il muro stesso. Per un momento sembrò che gli eventi tumultuosi di quelle settimane stessero mettendo in ombra le scelte e gli adempimenti verso l’Unione europea che attendevano a Strasburgo il vertice dei capi di Stato e di Governo. La risposta che il Parlamento italiano diede in quei giorni fu straordinaria ed espresse un voto unanime guardando alle aspirazioni dei popoli dell’Est; di fronte a esse non potevamo tirarci indietro.

Il Presidente del Consiglio Andreotti disse in Parlamento, con chiarezza estrema: Se dagli avvenimenti dell’est viene una sollecitazione, credo che consista nel dovere di accelerare il progresso della costruzione Europea rassicurando anche i paesi meno sviluppati che temono una minore considerazione per loro da parte dei dodici, impegnati ora a sostenere il difficile cammino autocritico degli Stati del patto di Varsavia. (...) È un momento nel quale ogni egoismo va esecrato ed una coscienza di solidarietà universale si impone ed è possibile.

La mozione del Parlamento impegnava il Governo a presentare ai governi dei Paesi membri della Comunità, già in occasione del Consiglio europeo di Strasburgo, alla Commissione esecutiva e al Parlamento europeo un memorandum contenente le proposte e la strategia per la trasformazione della Comunità in un’effettiva Unione.

La votazione fu unanime (due astenuti) da parte di tutti i partiti; fu, ben si comprende, una prova straordinaria da parte di formazioni politiche che, fin dalla rivoluzione d’ottobre, si erano sempre ritrovate su posizioni contrapposte e ponendo in campo i reciproci bagagli ideologici. Eppure la politica italiana, in quella occasione storica, e partendo dai segni inequivocabili che potevano «leggersi» nelle società dei Paesi dell’Est Europa (nella mozione si scrive di una straordinaria occasione offerta al mondo), capì che era venuto il tempo di legare il destino dell’Italia (davvero) unita intorno a un obiettivo comune e superiore, a una casa comune sovranazionale, l’Europa (davvero) democratica. Il tempo era maturo, anche nella concreta comunanza d’intenti tra le posizioni del Governo italiano e quelle della Santa Sede, con il Papato di San Giovanni Paolo ii e nel quadro strategico della Ostpolitik.

Gli anni che sono seguiti hanno visto quella espressione unanime del Parlamento sparire e una Unione europea chiudersi su se stessa a trasmettere ai popoli un senso di impotenza nel non approvare, insieme a provvedimenti legati alla Unione monetaria, passi in avanti verso l’Europa politica.

La storia recente dell’Europa ci ha visto allontanarci da quelle giornate parlamentari del 1989, dimenticando ciò che allora si disse: In un momento così suggestivo della storia contemporanea — ricco di emozioni, di problemi, di rischi — è giusto rilevare la continuità di una linea ideale cui l’Italia si è ispirata anche in momenti in cui l’intelligente lungimiranza poteva apparire e veniva criticata come debolezza o scarso impegno negli schieramenti. Parlo del Patto atlantico, della Comunità europea e dell’Atto finale di Helsinki. (…) (così, ancora, il Presidente del Consiglio Andreotti). Sono parole che esprimono una tensione politica, una capacità di visione che accomunò i rappresentanti di tutti i partiti.

Passati trent’anni, cosa viviamo oggi? Ci ritroviamo con una Europa allargata e sostanzialmente indebolita, incapace di essere uno spazio politico comune. A causa del crollo del «nemico» avvenuto nel 1989 e nella evoluzione (o involuzione) delle leadership globali, si è lasciato spazio a esperienze di rivalsa, nel disagio e nelle diseguaglianze crescenti, di una politica dell’«emozione nazionalista» e, in molti casi, di una «diplomazia dell’improvvisazione».

Senza nostalgia, ma guardando al presente e al futuro delle giovani generazioni, la lezione della Storia è che essa non finisce. Piuttosto, ciò che fa la differenza, pur cambiando i contesti, è l’investimento sulla politica, quella alta e vera che l’intera classe politica italiana mostrò nell’occasione sopra richiamata e chiusa, come spesso accade in un Paese che volentieri dimentica, nei cassetti dell’oblio in nome del nuovo (molto spesso già vecchio) che avanza.

Se ne parla, venerdì 8 novembre dalle ore 15, alla Link Campus University in una iniziativa organizzata con la SIOI e con la Fondazione Economia Tor Vergata. Tale incontro è l’avvio di un percorso di ricerca nei nodi storici, ancora irrisolti, che la caduta del muro di Berlino ci ha lasciato in eredità. Le sfide del mondo post-1989 non solo si sono rinnovate ma, a causa della interrelazione globale nel tempo del cyberspazio, si sono amplificate. A ben guardare, in giro per il mondo, pare evidente che si sia smarrita la capacità di visione, di analisi e di decisione politica.

di Vincenzo Scotti

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19 novembre 2019

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