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Riprendere forza
dalle origini

· ​La visita di Paolo VI alle catacombe romane il 12 settembre 1965 ·

Molti fili di una fitta trama di coincidenze si intrecciano nella canonizzazione simultanea di Paolo VI e di monsignor Romero, nel cuore del sinodo dei giovani, quasi per suggerire alle nuove generazioni di conoscere e di riscoprire due interpreti fedeli ed autentici del concilio Vaticano II, protagonisti emblematici di una Chiesa che, soffrendo e recuperando, per molti versi, le difficoltà del cristianesimo della prima ora, si apriva verso una nuova stagione, un nuovo tempo, una nuova percezione della fede vissuta in maniera globale e sincera. 

Papa Montini in visita alle Catacombe di Domitilla

Il pensiero corre immediatamente alle 18 e 26 del 24 marzo 1980, quando monsignor Romero, ideologo della "salvazione integrale", rispetto alla teologia della liberazione, fu ucciso, mentre elevava l'ostia della consacrazione, durante una celebrazione nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza di San Salvador.
Questa morte violenta ci accompagna verso i martiri delle prime persecuzioni contro i cristiani e, segnatamente, verso la fine cruenta del pontefice Sisto II (257-258), trucidato, insieme ai suoi diaconi, il 6 agosto del 258, mentre predicava nel complesso romano di san Callisto sulla via Appia. Lì, nel cuore del cimitero ufficiale della Chiesa di Roma, fu deposto il corpo del pontefice; lì, papa Damaso (366-384), fece sistemare due suggestive iscrizioni, incise dal calligrafo Furio Dioniso Filocalo. Abbiamo le copie medievali e qualche piccolo frammento del primo di questi elogi che ricorda proprio il supplizio di Sisto II, il rector, il vescovo di Roma, mentre è intento a svolgere la sua attività catechetica (hic…caelestia iussa docebat). Proprio in quel momento — secondo una sorta di prefigurazione della fine di monsignor Romero — il pontefice viene sorpreso dalla polizia imperiale e suppliziato, nello stesso cimitero di San Callisto, insieme ai diaconi Stefano, Gennaro, Magno e Vincenzo; qualche giorno dopo, il 10 agosto, verrà ucciso anche Lorenzo. Il tragico evento viene ricordato anche da Cipriano, vittima della stessa persecuzione, di lì ad un mese: «Xistum autem in cimiterio animadversum sciatis VII id. aug. die et cum eo diacones quattuor» (Epistula 80,1). Damaso si sofferma sulla rapidità dell'operazione dei persecutori (adveniunt subito rapiunt), ferocemente impazienti (impatiens feritas), tanto che il vescovo di Roma si fa avanti per essere immediatamente decapitato (seque suumque caput prior optulit ipse).
La seconda epigrafe damasiana della cripta callistiana dei papi fu rinvenuta in 126 frammenti dal grande archeologo romano Giovanni Battista de Rossi, nel 1854. In questo testo sono ricordati i quattro diaconi (comites Xysti), i pontefici Ponziano (230-235), Anterote (236), Fabiano (236-250), Lucio (253-254), Stefano (254-257), Sisto II (257-258), Dionigi (259-268), Felice (269-274), Eutichiano (275-283). Ma Damaso ricorda anche un vescovo vissuto durante un periodo di pace per la Chiesa (hic positus longa vixit qui in pace sacerdos), forse Fabiano (236-250), Gaio (283-296), Milziade (311-314) o Marco (336). E poi menziona un gruppo non meglio definito di martiri greci (confessores sancti quos Graecia misit).
Questo sacrario pontificio fu arricchito da altri interventi di monumentalizzazione da parte dei pontefici successivi a Damaso: il più importante fu quello di Sisto III (432-440), che fece apporre nella cappella una lapide, oggi perduta, dove venivano elencati i vescovi, i martiri, i confessori, anche di origine africana, come Ottato di Vescera, sepolti nel comprensorio callistiano.
Ma la cripta, insieme a quella contigua di santa Cecilia, fu visitata sino al pieno Medioevo, come testimoniano i graffiti dei pellegrini e gli affreschi del complesso monumentale.
Dopo secoli di oblio, negli anni centrali dell’Ottocento, Giovanni Battista de Rossi riscoprì la cripta e tutto quel cimitero, affidato da Zefirino a Callisto tra il II e il III secolo, che per l’antichità l’archeologo romano definì Area I. Gli scavi furono promossi da Pio IX, che, in seguito alle sorprendenti scoperte del de Rossi, dopo qualche titubanza, fece acquistare le vigne sotto le quali si estendeva l'immensa necropoli di san Callisto. L’11 maggio del 1854 Pio IX visitò le cripte dei papi e di santa Cecilia, inaugurando una tradizione che verrà ripresa, in tempi più recenti, da Giovanni XXIII, quando, il 19 settembre del 1961, in maniera riservata, alle 7.45 del mattino, volle pregare sulle tombe dei martiri e ascoltò volentieri il professor Enrico Josi, il quale illustrò il complesso catacombale, che il pontefice aveva visitato nel 1900, da seminarista e allievo dell’università Lateranense, dove insegnava Orazio Marucchi.
Ma la visita più articolata fu riservata alle catacombe da Paolo VI, che la domenica del 12 settembre del 1965, alla vigilia della fase conclusiva del concilio ecumenico Vaticano II, di ritorno da Castel Gandolfo, volle recarsi in due insigni santuari romani: le catacombe di Domitilla e quelle di san Callisto. La cronaca di quella giornata venne "fotografata" in una bella pagina dell’Osservatore Romano, che ha ispirato la piccola mostra fotografica organizzata dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nella tricora occidentale del comprensorio callistiano, con l’aiuto generoso dei responsabili dell'archivio fotografico e la disponibilità del direttore del giornale.

Papa Montini in visita alle Catacombe di Domitilla

Ebbene, la piccola esposizione rappresenta una rievocazione essenziale della visita del sommo pontefice, nel quadro della rinnovata attenzione per le catacombe, che ha visto la convocazione di giovani archeologi, studenti, docenti, guide ed animatori per dar vita, il 13 ottobre, alla prima giornata delle catacombe.
Ma torniamo alla cronaca di quella domenica del 1965, quando Paolo VI, «il grande papa, il coraggioso cristiano, l’instancabile apostolo, il timoniere del Concilio, che portò la Chiesa incontro alla modernità, un’azione necessaria ancora oggi», come ebbe a descriverlo papa Francesco il 19 ottobre del 2014, si recò tra la via Ardeatina e la via Appia, per recuperare le radici del Cristianesimo, attraverso la testimonianza del martirio dei primi secoli e di quello del passato prossimo.
Nel primo mattino, scese nella basilica dei santi Nereo ed Achilleo, nelle catacombe di Domitilla. La sua omelia fu bruciante e ancora sorprendentemente attuale: «Siamo venuti alle Catacombe; siamo venuti a bere alle sorgenti, siamo venuti per onorare queste umili tombe gloriose ed averne ammonimento e conforto, siamo venuti per sentire scorrere nella nostra presente esperienza il flusso d’una tradizione non immemore, non infedele […]. Siamo venuti per rifornirci degli esempi antichi delle virtù cristiane e trarne argomento e vigore a qualche moderna imitazione […]. Le catacombe ci insegnano a saper pazientare e soffrire con Cristo; esse ci ispirano pensieri di bontà e di pace per tutti; esse ci ammoniscono che la Verità, vissuta con fede e con dignità, finisce per farsi strada e per diventare benefica e salutare a quelli stessi che l’hanno impugnata; esse ci ricordano che esiste una protezione esercitata dai Santi dal cielo su noi ancora faticosamente peregrinanti sulla terra».
Paolo VI raggiunse, poi, le "Fosse Ardeatine" per una preghiera in suffragio dei caduti dell’eccidio del marzo 1944. Depose un ramoscello d’olivo, legato con un nastro dai colori pontifici, e accese una lampada, un suo dono, che da allora arde nel luogo, quale simbolo di pace e di speranza.
Il sommo pontefice arrivò, per concludere la giornata, alle catacombe di san Callisto per pregare nella cripta dei papi e in quella di santa Cecilia, aprendo la strada ad altri “pellegrini eccezionali”, primo fra tutti Giovanni Paolo II, che vi si recò il mercoledì delle ceneri del 1984. Qui, il Santo Padre aveva dato appuntamento ai giovani delle parrocchie romane nel grande prato costellato di ulivi e cipressi del sopraterra. E poi, guidato da padre Umberto Maria Fasola, scese alle cripte dei pontefici e dei martiri sepolti nel cimitero ufficiale della Chiesa romana del III secolo.
«Qui — concludeva Paolo VI nella sua celebre omelia — il Cristianesimo affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza d’ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica».

di Fabrizio Bisconti

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