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Benvenuti al cabaret mistico

· Uno spettacolo di teatro danza dedicato al domenicano tedesco (e alle ossessioni del nostro mondo) ·

«No, non è proprio possibile fare uno spettacolo su Meister Eckhart; troppo distante da noi il pensiero di un domenicano del Trecento. E poi come si fa a tradurre la mistica nel linguaggio del teatro danza?». Marco Chenevier recita in scena un continuo, autoironico fuorionda, condivide dubbi, perplessità di metodo e di merito con il pubblico, fa la parodia di se stesso quando è in preda all’ansia delle prove, quando niente sembra funzionare e la chimica giusta non arriva. 

Marco Chevenier durante una rappresentazione

Per gran parte dello spettacolo — «Saremo bellissimi e giovanissimi sempre. La scelta — Beati pauperes spiritu/Eckhart Project », al Teatro Vascello di Roma dal 26 al 28 maggio — Chevanier decostruisce e ricuce, taglia e riassembla, mostra con ostentata umiltà la brutta copia del testo, piena di ripensamenti e cancellature, pagine strappate e passi colorati con l’evidenziatore, cavaliere senza macchia — ma con tante paure — del teatro contemporaneo, accompagnato dal fedele scudiero Sancho (nella vita, il tecnico luci Andrea “Sancho” Sangiorgi, che come lui lavora nel Tida, il Teatro instabile di Aosta).
Il pubblico si rilassa, ride, apprezza digressioni e citazioni — dal celeberrimo brano della regina Maab all’ironia sull’inflazione di omaggi a Pina Bausch — guarda attento Marco danzare sulle note minimali e dense delle microballate di Laurie Anderson. Ascolta, guarda e apprezza, felice di essere immerso in un divertissement colto, brillante, allegro: zero fatica nello scalare ardue vette del pensiero, zero ermetismi faticosi. O almeno così sembra. Marco scherza, finge di parlare d’altro, accumula variazioni sul tema del “chimel’hafattofare”, chiede complicità allo spettatore. E la ottiene.
Ma all’improvviso, quando la guardia è abbassata, inanella una serie di perle eckhartiane di bellezza vertiginosa, una sequenza di colpi potenti e precisi sferrati con forza e grazia, come in un incontro di boxe tra professionisti, che lascia il pubblico senza fiato e lo manda a tappeto per knock out tecnico.
Il pubblico è tramortito dalla sorpresa — ma perfettamente in grado di applaudire (a lungo) — mentre le parole radicalmente, scandalosamente inattuali del mistico tedesco galleggiano ancora nell’aria. Quando si riaccendono le luci risulta evidente che Marco Chevanier, durante tutto il suo One man show, non ha fatto altro che parlare di lui, di Meister Eckhart, della sua vita semplice e misteriosa al tempo stesso, del suo messaggio così dirompente per la nostra epoca, ossessionata «dal mito di una realizzazione autoreferenziale che non porta altro che sofferenza e frustrazione» come si legge nelle note di regia.
Stava parlando di noi, il danzatore-attore in scena, stava mettendo alla berlina l’idolatria dell’io del nostro mondo, ma, per fortuna, ce ne siamo accorti solo alla fine.
«Bisogna restituire il senso — continua il performer — è questo il modo per riavvicinare il pubblico, abbandonare linguaggi ermetici e trovare una totale complicità con chi hai davanti, sentire il desiderio di rimanere nella comprensione e condivisione con gli spettatori. Andare insieme da qualche parte con il pubblico. Se c’è noia e incomprensione non c’è nient’altro. Bisogna stabilire un rapporto vero con le persone».
Uno spettacolo non intaccherà certo i meccanismi della società del consumo, ma «il teatro che non è impegnato non ha ragione di esistere» continua Chevanier, citando Judith Malina: «Non mi pongo al centro del cerchio, all’attenzione di tutti se sono bello, se ho una bella voce, se so recitare bene. Mi metto al centro del cerchio se ho qualcosa da dire». Per fortuna l’effetto Eckhart ha già contagiato tanti, anche nel mondo del teatro. Basta fare un giro nel blog Casavuota di Alessandro Berti — autore e interprete, nel 2013, di un commovente, bellissimo viaggio teatrale compiuto attraverso i sermoni del mistico domenicano — per rendersene conto.

di Silvia Guidi

 

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18 luglio 2018

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