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Benedetto XVI e la modernità

· Tra realtà e letture faziose ·

Il rapporto tra cristianesimo e illuminismo oscillante tra l’incompatibilità e la complementarità era stato felicemente definito dal cardinale Ratzinger in una memorabile discussione in un teatro romano nell’anno 1999. «L’illuminismo nato in certe circostanze, nel Sette-Ottocento — affermava — era un illuminismo opposto al cristianesimo, benché non dappertutto. C’erano anche, si potrebbero fare dei nomi, correnti di illuminismo cristiano in quel tempo. Purtroppo queste tendenze di riconciliazione di un cammino comune non hanno vinto, ma esistevano giustamente e, dall’altra parte, il cristianesimo dovrebbe ripensare a queste sue radici». Non va dimenticato a questo proposito che Voltaire dedicò il suo libro su Maometto a Benedetto XIV, in lode della sua apertura alla tolleranza.

Nel 2010 questo dibattito, pubblicato a suo tempo dalla rivista «Micromega», è stato di nuovo stampato con una premessa di Paolo Flores D’Arcais e un titolo che dimostra la superficialità con cui l’insegnamento di Benedetto XVI viene frainteso e manipolato. La tesi esposta è che, nonostante l’apertura dimostrata nel dibattito, il cardinale Ratzinger sia divenuto responsabile come Papa di una «sfida oscurantista» e di una «restaurazione costantiniana», che avrebbero disatteso la volontà del concilio Vaticano II di aprirsi alla modernità.

Non sta a me discutere sul piano filosofico le affermazioni di Flores, anticipate in molti suoi scritti. Vorrei però, da cittadino che ha assistito alla crisi dei grandi sistemi ideologici del secolo scorso ed è stato testimone di quel Sessantotto che anche Flores ha vissuto in prima persona, riflettere sul principio che è alla base della sua fragile costruzione polemica: l’ autòs nòmos , il diritto dell’uomo di stabilire la propria legge.

Ma è davvero la ragione umana a nutrire questa illusione o non piuttosto l’innata vocazione alla superbia che l’uomo ha pagato nei secoli in mille modi con repressioni, guerre, genocidi? E la legge di natura, che non è scritta da nessuna parte, ma che l’uomo ha cercato di decodificare con inesausta passione nei secoli, non è forse il tentativo della ragione di dare un senso all’eguaglianza tra gli uomini, nozione conquistata a fatica per ricercare, al di là delle differenze, ciò che consente il dialogo?

La stessa nozione di libertà è diventata, anche per merito del cristianesimo, parte insostituibile del diritto naturale. Combattere il relativismo vuol dire allora cercare e trovare il comune denominatore che unisce gli uomini al di là delle differenze di cultura e di interpretazione della natura.

Flores stigmatizza, per esempio, la cattiva abitudine diffusa in Africa di amputare parte dei genitali femminili, attribuendone falsamente la responsabilità alla religione islamica. Ma non è questa una delle prove che l’ autòs nòmos cozza spesso con i diritti umani, concetto che non esisterebbe senza il tentativo di definire una legge naturale?

La fragilità dell’autonomia umana è testimoniata dalla storia, ma anche dall’attuale condizione della civiltà occidentale, attraversata da una crisi che ha la sua ragion d’essere nell’illusione che, accettando con i crismi della democrazia una legge, scaturita da interessi di parte — in questo caso il primato dell’economia di mercato e del consumo fine a se stesso — il progresso e la libertà siano garantiti. Ma che genere di progresso vi è nell’inasprire il conflitto tra la civiltà tecnologica e la terra fino a un punto di non ritorno? E che libertà vi è nel consumare quanto la pubblicità ci suggerisce per consentire alle multinazionali di prosperare?

Qua e là Flores sembra accorgersi che nel mondo qualcosa non va; ma il suo problema è quello di bollare d’infamia le leggi di natura, individuando in Benedetto XVI la figura anacronistica del Papa re.

La smentita a questa complicata e faziosa costruzione sta nei fatti con i quali l’autore si confronta solo di sfuggita. Sul problema del dialogo con i musulmani, ad esempio, Flores, invece di riflettere sulla difficoltà di comprensione tra culture diverse e sul ruolo mistificatorio dei mezzi di informazione di massa, avalla le critiche insulse degli ignoranti e giudica persa una partita, quella del dialogo, che invece si è riallacciata felicemente come dimostrano numerosi interventi di intellettuali islamici e da ultimo la partecipazione all’incontro di Assisi.

A proposito del Vaticano II si tace sulla volontà del Papa di realizzarlo compiutamente, rimuovendo quelle interpretazioni che ne hanno ridotto l’efficacia puntando sugli aspetti meno superficiali. C’è da chiedersi se Flores abbia letto veramente i documenti conciliari o si crogioli nel ricordo di una falsa immagine del Vaticano II creata ad arte per dipingere una Chiesa in posizione di resa di fronte ai dogmi della modernità.

Il ritratto del Papa come uomo rivolto al passato, dedito a una ipotesi di «riconquista» o di nostalgico arretramento, è davvero inattendibile e smentita dai fatti. Per chi conosce l’opera teologica e filosofica e la sua azione pastorale, questo Papa conferma sempre più, insieme la volontà di confrontarsi con i valori positivi della modernità, la sua mite ma ferma volontà di innovazione e appassionata partecipazione al dibattito sui grandi temi della contemporaneità.

Consideriamo, per fare un esempio, che, sul tema della difesa degli equilibri ambientali, l’impegno di Benedetto XVI è più che evidente nella teorizzazione della difesa del creato. Consideriamo poi che anche nel confronto con l’arte contemporanea la sua apertura è testimoniata tra l’altro dall’incontro avvenuto nella Cappella Sistina e nella partecipe capacità di ascolto dimostrata nella recente mostra avvenuta nell’Aula Nervi.

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12 dicembre 2019

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