Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Benedetto, Pessoa  e la fame di bellezza

· Dall'incontro del Papa con gli artisti al viaggio apostolico in Portogallo ·

Ci sono immagini che valgono mille parole: sono quelle rare, capaci di esprimere, nello stesso tempo, la realtà nella sua flagrante immediatezza e ciò che in essa sfugge all'immediato, indicando livelli profondi di significato. Robert Doisneau lo spiega bene, parlando della sua arte: «La fotografia è per me un instante di felicità in cui ciò che entra in noi attraverso gli occhi ci dilata». Doisneau valorizza i momenti culminanti, le situazioni che, all'improvviso, fissano dinanzi a noi la gravità e la leggerezza; non solo ciò che si ripete, ma anche ciò che è unico; non solo ciò che è vicino e udibile, ma anche ciò che è silenzioso e invisibile. Tali momenti rivelano la vita in una singolarissima intensità.

Dell'incontro di Benedetto XVI con gli artisti, lo scorso novembre, serbo due immagini. La prima quando il numeroso gruppo di artisti invitati, una volta superato il Portone di bronzo, ha invaso il vasto corridoio, chiamato Braccio di Constantino, in direzione della Scala regia e della Cappella Sistina. Non so bene a che altezza, e neppure per quale motivo, ho guardato indietro. Ciò che so è che ho sentito il desiderio di conservare per sempre quello che stavo vedendo. Centinaia di artisti venuti da tutto il mondo, molti di loro protagonisti di primo piano nel campo della letteratura, della musica e delle arti visive, procedevano come una moltitudine compatta, in un clima assolutamente cordiale, lungo un cammino emblematico della Chiesa, per un incontro richiesto dal Papa.

Ci sono immagini che valgono mille parole. Nell'incontro, e a proposito di esso, si è parlato molto della riconciliazione della Chiesa con l'arte contemporanea e della necessità di rinnovare il patto che lega tanto intimamente la ricerca spirituale e la ricerca della bellezza, all'interno dello spazio cattolico. Quell'immagine, per me, rappresenta questo: la riconciliazione che comincia a concretizzarsi sotto forma di presenza, il patto che si modella nell'apertura totale al dialogo, all'accoglienza, al cammino comune.

L'altra immagine si ricollega al modo in cui Benedetto XVI si è accomiatato dagli artisti, al termine del suo indimenticabile discorso. Il Papa ha ricordato vari passaggi importanti dei magisteri precedenti. Ha citato Platone e Dostoevskij, Georges Braque e Cyprian Norwid, Simone Weil, Herman Hesse e Hans Urs von Balthasar. Ha menzionato grandi figure della tradizione iconografica, come Beato Angelico, Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Luca Signorelli e, naturalmente, Michelangelo Buonarroti. Ascoltando o leggendo quel discorso abbiamo capito di essere di fronte a un'impressionante lezione di saggezza, sia a livello culturale, sia sul piano teologico e spirituale.

Nondimeno, la sua conclusione è stata sconcertante: «Mentre di cuore vi benedico, vi saluto, come già fece Paolo VI, con una sola parola: arrivederci». Questo «arrivederci» rappresenta un'intromissione del linguaggio quotidiano in un'occasione di massima solennità. In un contesto chiaramente straordinario il Papa ha concluso il suo discorso adottando un segno verbale dell'esperienza quotidiana. Mi ha commosso profondamente questo passaggio, più che verbale, simbolico. La Chiesa appare impegnata a costruire una convivenza affettuosa e continuata, e non meri incontri occasionali.

Nell'architettura del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato, il posto centrale l'ha avuto la seguente domanda: «Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l'animo a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull'orizzonte, a sognare una vita degna delle sua vocazione se non la Bellezza?».

Di fatto, le altre due entità trascendentali, la Verità e la Bontà, non hanno la stessa possibilità di attrarre l'uomo, a meno che questi si senta toccato «da qualcosa che affascina», come scriveva Plotino. La Bellezza attrae, smuove il cuore, prende e trasfigura. Perciò dobbiamo oltrepassare il silenzio al quale una certa stagione razionalista, persino all'interno della teologia e della prassi cristiana, l'ha destinata.

A Platone dobbiamo il sintagma tante volte riproposto «la bellezza è lo splendore della verità». L'autore del Fedro ci consiglia di divenire, attraverso il cammino della contemplazione, simili alla bellezza stessa: «In quanto vede, come nel fremito della febbre, un cambiamento, un sudore, un calore insolito s'impadroniscono di lui. Riceve il flusso della bellezza attraverso gli occhi. Questo flusso lo riscalda e irrora l'essenza».

Simone Weil, nel suo acutissimo saggio intitolato Dio in Platone (1940) sintetizza: «L'idea di Platone è che la bellezza agisce in modo duplice, prima attraverso lo shock che provoca il ricordo dell'altro mondo, e poi come fonte materiale di un'energia direttamente utilizzabile per il progresso spirituale». In verità, già nell'antichità classica, lo statuto della bellezza si sposta dal puro piano estetico, visuale, immanente (quello che in greco si dice fantasia). Si sente la necessità di avvicinarsi a una poetica della presenza, che è misteryum tremendum . La bellezza è un'esperienza che i sensi non circoscrivono completamente, anche quando la toccano, in quanto resta inesprimibile.

Nel racconto biblico Mosè ci appare come un amico di Dio, colui con il quale Dio parla «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» ( Esodo , 33, 11). Ma quando chiede a Dio di mostrarsi, Dio fa passare dinanzi a lui la (Sua) bellezza, lasciandosi vedere di spalle (cfr. Esodo , 33, 18-23). La bellezza di Dio è, quindi, inesprimibile, trascendente, avvolta nel mistero. Le divinità dei popoli vicini hanno una sostanza che si definisce, un corpo, un'immagine, un nome che si recita. Il Dio della Bibbia lascia in silenzio le possibilità di rappresentarlo, è transumante e impronunciabile. La sua bellezza viene solo intravista.

Le teofanie bibliche sono eventi disarmanti, poiché Dio fugge da ciò che è dichiarato e nitido e si presenta nell'impercettibile, in ciò che è appena sussurrato, è «il sussurro di una brezza leggera» ( 1 Re , 19, 12). Il codice dell'Alleanza è perentorio: nessun corpo servirà a rappresentare Dio, nessuna «figura di maschio o di femmina, la figura di qualunque animale che è sopra la terra, la figura di un uccello che vola nei cieli, la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra» ( Deuteronomio , 4, 16-18). Il Dio santo è, letteralmente, il Dio separato dalle immagini, il Dio totalmente altro rispetto al disegno delle rappresentazioni. Ma il suo mistero risplende, si rivela, e questo è la Bellezza.

Splende in quanto Parola: «Voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce» ( Deuteronomio , 4, 12). Parola che non è solo segno. La sua natura è performativa: abbraccia la potenza come l'evento, il significante come il significato, l'annuncio come l'atto. Ed è una Parola bella. Per questo si dice: «Il popolo biblico non ha arte, ma crea arte nella parola». Tutte le immagini, i colori, le scene principali e secondarie del testo biblico divengono, nel corso della storia dell'arte, una specie di alfabeto. È evidente che la bellezza della parola biblica più che un esercizio di stile, è una conseguenza della sua tensione rivelatoria.

Splende in quanto presenza irresistibile. In momenti determinanti dell'esperienza religiosa, il sussurro è di una bellezza divina che si attraversa, oscura e folgorante, una bellezza che si afferra al nostro corpo, in un combattimento notturno, che dura fino all'irrompere dell'aurora. La misteriosa lotta di Giacobbe con Dio ( Genesi , 32, 23-33) descrive in modo paradigmatico come l'irruzione del divino sia tanto forte, di una bellezza irresistibile, senza mai smettere di essere oscura ed enigmatica.

«Dopo che in Oriente morì l'Uomo che l'Occidente piange tutti i venerdì, insieme alla nuova verità, una nuova bellezza apparve. Grande miracolo questo, avvenuto per rinnovare la fonte dell'arte e permettere che la nuova arte rivaleggi con l'antica», scriveva Leonardo da Vinci, nel Trattato della Pittura . Nel suo percorso storico, l'esperienza cristiana diventò humus per alcune incredibili espressioni della bellezza: l'architettura religiosa, da Michelangelo a Gaudí, le sensazioni incandescenti trascritte dai mistici (pensiamo a Ildegarda di Bingen o a san Giovanni della Croce), i registri iconografici che riproducono tratto per tratto l'incommensurabile (le folle quotidiane sono la prova del fatto che la Cappella Sistina fa rabbrividire qualsiasi mortale), i brani musicali che risuonano come inventari dell'anima o come suo bagliore; i dizionari immensi del naturale e del soprannaturale, i simboli, il laboratorio dei linguaggi che si dispiegano all'infinito.

Ma tutte queste espressioni possono diventare semplicemente equivoche, poiché la bellezza non è un patrimonio che la Chiesa ha avuto, ha e amministra. La bellezza è legata alla rivelazione della stessa Chiesa, alla sua identità sovrannaturale. Questo è il «grande mistero» rivelato nel passaggio della Lettera agli Efesini (5, 25-26): «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (...) e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile».

La Chiesa in Cristo, nel mistero della sua natura e della sua missione, è l'aurora della visione, è questo storico e infinito essere rapiti dal punto di vista di Dio. In modo velato, ma tremendamente efficace, è espressione e dramma della saggezza divina. «Il sublime Paolo — scrive Dionigi l'Areopagita — caduto sotto il pungiglione dell'eros divino e diventato partecipe del suo potere estatico, dice con voce ispirata: “Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”. Parla poi, come un vero amante, come uno che, con le sue stesse parole, è uscito da se stesso e vive estaticamente in Dio (cfr. 2 Corinzi , 5, 15), di modo tale che non vive più la sua vita, ma quella dell'amato, pieno di amore appassionato. Tuttavia, a onor del vero, dobbiamo osare dire che lo stesso Dio, il creatore di tutto, per l'incommensurabilità della sua amorevole bontà e bellezza, è come rapito da se stesso in atti che raggiungono ogni essere».

L'esperienza della bellezza testimonia come Cristo e il cristiano, Dio e l'uomo, sono rapiti in invisibilium amorem . Questa duplice e reciproca estasi — di Dio nell'uomo e dell'uomo in Dio — è il contenuto della visione della bellezza.

Per questo, la bellezza non è un attributo, un campo a parte, una moneta di scambio, un conforto, una tecnica, un codice simbolico, un artificio, una specialità, un supplemento, come se l'essere e la bellezza si potessero, in qualche modo, separare. La bellezza è una metafisica concreta, una teologia visiva, un punto di unione fra il mondo invisibile e il mondo visibile. Il cosiddetto ritorno alla Via pulchritudinis non si può confondere con le derive decorative che fanno la gioia di qualche sensibilità odierna. La forma non sarebbe bella se non fosse, fondamentalmente, annuncio e manifestazione di un'esperienza autentica. Come ha ricordato il Papa agli artisti, il ritorno alla bellezza non avverrà senza la scoperta di un cammino che «ci conduce a cogliere il Tutto nel frammento, l'Infinito nel finito, Dio nella storia dell'umanità».

«La bellezza salverà il mondo» afferma il principe Miskin in L'idiota di Dostoesvkij. Ma la rivelazione della bellezza che ci salva si scopre all'inverso. Nella verità il bello è un argomento sub contrario , poiché il bel pastore «è come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» ( Isaia , 53, 2). Non c'è bellezza che non sia tessuta con lo scandaloso mistero della croce. Se crediamo nell'aforisma che considera la bellezza come lo splendore della verità, allora dobbiamo accettare che la bellezza più alta è, in definitiva, una bellezza «senza bellezza», la bellezza della vittima, la bellezza del giusto.

Nella sua acuta riflessione sulla cultura contemporanea, George Steiner ricorda che un importante sintomo del fatto che la bellezza ha perso il suo soffio vitale è che gli uomini che crearono e mantennero Auschwitz erano, alla fine, raffinati melomani, riunivano favolose collezioni di quadri, si commuovevano alla lettura di una poesia. La bellezza senza trascendenza è mercanzia, mero oggetto di consumo.

Anche per questo, uno dei testi più belli del XX secolo è il Diario di Etty Hillesum, che iniziò a scrivere nel 1941, quando aveva solo 27 anni, e a tre dalla sua morte in una camera a gas, ad Auschiwitz. Ricordiamo quello che scrisse un sabato all'alba: «Dal mio letto guardavo fuori, attraverso la grande finestra aperta. Era come se la vita con tutti i suoi segreti fosse di nuovo accanto a me, la potevo quasi toccare. Avevo la sensazione di riposare sul suo petto nudo, di sentire battere, regolare e leggero, il suo cuore. Ero fra le braccia vuote della vita e mi sentivo tanto sicura e protetta. Pensavo: com'è tutto strano. Esiste la guerra. Esistono campi di concentramento. Piccole barbarie si accumulano giorno dopo giorno (...) Conosco il grande dolore umano (...) so che tutte queste cose esistono, e anche così insisto nel guardare negli occhi ogni frammento di realtà nemica. E in un momento di abbandono, mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia vuote mi avvolgono, tanto dolci e protettive, e il battito del suo cuore che non so neppure descrivere».

Nel suo viaggio in Portogallo Benedetto XVI avrà un importante incontro con rappresentanti di quella realtà corale che è sempre la cultura. Ora, una delle ambizioni comuni dei turisti che visitano Lisbona è di farsi fotografare accanto alla statua di Fernando Pessoa (1888-1935), di fronte all'emblematico caffè «A Brasileira», dove generazioni di artisti si sono riunite. Non c'è guida turistica che non raccomandi di prestare particolare attenzione all'opera poetica di Pessoa. Ed esistono molte ragioni, non solo letterarie, per farlo. Si direbbe persino che le principali, quelle che fecero del poeta un'icona dell'Europa contemporanea, sono ragioni di civiltà.

Pessoa è un caso sorprendente, se pensiamo che la sua opera è stata resa nota praticamente dopo la sua morte. Nella sua vita vide pubblicati solo un libro e gli articoli che scrisse per varie riviste. Nessuno poteva allora indovinare che la famosa arca dei suoi manoscritti nascondesse uno dei più appassionanti scrittori del XX secolo. L'ultima frase che pronunciò sul letto di morte, I know not what tomorrow will bring («non so cosa il futuro porterà») ha acquistato, su questo piano, un'intensa connotazione autobiografica. Chi lo conobbe in quegli anni, come un anonimo impiegato d'ufficio, che traduceva lettere commerciali per piccole ditte di esportazione, era lungi dal supporre di avere dinanzi un artista del calibro di Kafka, Joyce o Musil.

La poesia di Pessoa è una diagnosi spirituale incredibilmente corretta della modernità. L'essenza della cultura moderna non ha determinato, contrariamente a quanto si dice, l'assenza del sentimento religioso o della metafisica, dell'etica o dell'estetica. A definire la modernità più che il vuoto è l'eccesso. Le antiche sfere sussistono, ciò che sottende la certezza o la credenza permane. Ma sotto un regime nuovo: quello di una radicale automatizzazione che conferisce alla cultura e all'uomo un profilo frammentato. A partire da ora siamo frammenti di un'unità perduta, dispersione incontrollabile, abbandono o finzione. Come il poeta enuncia in un passaggio di una delle sue poesie più note, Tabacaria : «Ho fatto di me ciò che non ho saputo, / e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto. / Il domino che ho indossato era sbagliato. / Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso. / Quando ho voluto togliermi la maschera, / era incollata alla faccia. / Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio, / ero già invecchiato».

Pessoa porterà all'estremo il processo di eteronimia, che rappresenta fondamentalmente questa dissociazione interiore. Egli non usa pseudonimi, ma eteronimi: con meticolosità disarmante, progetta l'esistenza di poeti autonomi, diversi per indole e scrittura, contrastanti e perfetti nei tic, nei gusti, nell'umore. È vero che già Rimbaud aveva detto, nella famosa lettera chiamata Du Voyant , scritta nel 1871: «Io sono un altro». E Pirandello contemporaneamente scriveva il suo Uno, nessuno e centomila . Ma Pessoa diventa uno dei veggenti della modernità e insieme uno dei suoi sintomi, nella radicalizzazione della frattura interiore fino alla sua completa polverizzazione.

In tal senso, l'eteronimia traduce non solo una strategia di composizione letteraria, ma anche un movimento spirituale: proprio quello dell'uomo che si scopre ostaggio dell'impotenza estrema del concepirsi e dell'esprimersi già come unità. In un paragrafo del Salmo 22, che Gesù recita sulla croce, il poeta scriverà come sua Passione: «Mio Dio, mio Dio, chi assisto? Quanti sono? Chi è io? Cos'è questo intervallo che c'è fra me e me?». E la Passione di Fernando Pessoa è oggi, realmente, la Passione di tanti! Fame di significato e di bellezza!

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE