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Bellissimi banchi vuoti

· Il cattolicesimo latinoamericano dopo Medellin e Puebla ·

Ho avuto la fortuna di svolgere la mia missione in America Latina dagli anni Settanta e parte degli anni Ottanta del Novecento, periodo in cui noi religiosi, donne e uomini, vivevamo sotto l’influsso ecclesiale della Conferenza episcopale di Medellín del 1968 e più tardi di quella di Puebla del 1979. Durante quel tempo quasi tutti i Paesi dell’America Latina erano governati da dittature di vario genere o da regimi militari.

Non c’era da stare allegri: l’emergente teologia della liberazione viveva tempi difficili, accusata di fondarsi su analisi marxiste, di produrre sintesi poco ortodosse e quindi esercitare un influsso pericoloso, che poteva suscitare rivoluzioni e guerriglie destabilizzando uno status quo che faceva comodo a tutti. Noi religiosi eravamo ritenuti seguaci di queste idee sovversive e perciò sorvegliati e spesso minacciati.
Le due Conferenze episcopali di Medellín e Puebla ebbero invece l’intelligenza di affrontare le questioni da punti di vista strettamente pastorali, determinando una vera svolta nella riflessione teologica ed ecclesiale con ripercussioni indiscutibili sull’attività del clero e dei religiosi.
Possiamo dire che, in termini generali, Medellín ebbe davanti agli occhi la drammatica realtà dell’America Latina e dei Caraibi e la mise a confronto con l’evento e i documenti del concilio Vaticano ii (1962-1965), sviluppando una ricezione conciliare, nello stesso tempo, fedele e creativa, selettiva e innovativa.
Ascoltare il grido dei poveri, come appello evangelico, compromettersi insieme a loro e agire per trasformare la Chiesa e il mondo, fu l’ispirazione che animò l’assemblea di Medellín: «Non basta riflettere, ottenere maggiore chiarezza e parlare. È necessario agire. Questa non ha cessato di essere l’ora della parola, ma è diventata, con drammatica urgenza, l’ora dell’azione» (da Medellín: quarant’anni di José Oscar Beozzo, San Paolo, Brasile).
Le denunce dell’ingiustizia istituzionalizzata che facevano le due Conferenze episcopali toccarono ovviamente tutte le istituzioni sociali e culturali ed anche quelle religiose. In sostanza, si diceva e si commentava, nelle varie riunioni organizzate per i religiosi post-Medellín, che anche la vita religiosa doveva sentirsi interpellata perché, nonostante i nostri fondatori e fondatrici fossero noti per essersi orientati ai poveri, la nostra vita si era imborghesita e la prova di questo era che la grande maggioranza delle nostre scuole, ospedali, centri di evangelizzazione, era situata nelle grandi città e spesso serviva l’utenza benestante con scarsa influenza sulle classi rurali, le periferie emarginate, i poveri in generale.
Tutte noi, congregazioni religiose con case e missioni in America Latina, sentimmo la pressione di queste conclusioni che ci mettevano sotto accusa, a volte con ragione, a volte senza una vera approfondita analisi, ma l’effetto fu fulminante: moltissime congregazioni religiose femminili e maschili, celebrando i loro capitoli ordinari o straordinari, rinnovando le loro costituzioni, applicando i documenti del concilio Vaticano ii, decisero di rispondere al richiamo di Medellín.

Specialmente le suore o i padri più giovani e meno inclinati alla missione da svolgere dentro le grandi istituzioni scelsero di dedicarsi alle classi più emarginate, agli indigeni, alle periferie, alle zone rurali. Nonostante alcune ambiguità, nonostante i conflitti e le divergenze che dividevano la sensibilità della vita religiosa tradizionale da quella più progressista, fu impressionante il fatto che, andando verso “i poveri”, si capì subito che questi recepivano il messaggio del concilio Vaticano ii prima e meglio di molte altre classi più istruite e benestanti.

di Maria Barbagallo

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14 ottobre 2019

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