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Beda e gli altri

· ​Dalla cultura monastica anglosassone alla corte carolingia ·

Nel V secolo Roma non è più il centro del mondo. La divisione dell’impero romano in due parti ha messo tutto in movimento e indebolito l’intera compagine, che soffre soprattutto a Occidente, dove i Goti di Alarico arrivano a saccheggiare nel 410 la Città eterna, tanto da indurre l’imperatore ad abbandonarla come capitale della parte occidentale. In un impero che si stava dissolvendo davvero non si poteva intravvedere come Roma potesse diventare il centro di una Chiesa, unita da una lingua comune — il latino — e da una liturgia uniforme. Che questo sia poi avvenuto lo si deve in gran parte a tre uomini, le cui opere vengono pubblicate in tre libri appena usciti (presso la fondazione Sismel a Firenze): Gregorio Magno, Alcuino e Rabano Mauro.

Gregorio diventò vescovo di Roma in un periodo difficile, mentre i longobardi assediavano la penisola italiana e i bizantini non erano in grado soccorrerla. La fame imperversava, le malattie si diffondevano e il suo personale cattivo stato di salute sembrava dover togliere a Gregorio ogni forza.

Re Davide, dal Salterio di Egberto,  f. 20v, Cividale del Friuli (particolare)

Eppure, malgrado ciò, Gregorio fu energico e visionario. Fu un pastore e un avveduto signore dell’urbe, compose numerose opere, riformò la liturgia rendendola uniforme e osò prendere una decisione che avrebbe avuto conseguenze importanti: nel 597 inviò il monaco Agostino in Inghilterra, con il compito di cristianizzare gli anglosassoni. Il legame tra la Chiesa romana e quella anglosassone diventò molto forte nel corso del tempo. Uno dei successori di Gregorio, papa Vitaliano, inviò, settant’anni dopo, il greco Teodoro e l’africano Adriano a Canterbury per educare i chierici inglesi nella migliore tradizione antica e patristica. Poco dopo, Benedict Biscop si recò dall’Inghilterra del Nord a Roma, da dove portò libri per i suoi nuovi monasteri, in uno dei quali si formò e visse uno dei più colti scrittori dell’VIII secolo europeo, Beda. Quando Carlo Magno cercò di mettere in opera una correctio linguistica e della prassi liturgica e un’organizzazione scolastica efficiente, si rivolse per l’appunto al clero inglese, culturalmente raffinato.

Da York giunse Alcuino, che contribuì in modo decisivo all’elaborazione delle riforme carolingie. Il tradizionale orientamento romano della Chiesa inglese era gradito a Carlo Magno, perché era il figlio di un amministratore imperiale, Pipino, che si era impossessato del potere regale, ricevendo legittimazione dal papato. Alcuino e Carlo Magno poterono dar vita a un’operazione di normalizzazione della liturgia rispettando il modello romano, ossia adeguandosi alla liturgia nella forma regolata da Gregorio.

Alcuino non svolse un ruolo importante soltanto alla corte di Carlo, ma più tardi anche come abate di Tours. L’anglosassone era un maestro appassionato, capace di coinvolgere i suoi allievi, molti dei quali ottennero alti uffici nella Chiesa carolingia, come abati o vescovi. Come tali furono responsabili dell’educazione di giovani chierici e di monaci e su queste stesse basi garantirono ciò che aveva loro insegnato Alcuino: il dominio sicuro della lingua latina, conoscenze di fondo del calcolo del tempo e della matematica, il canto e, soprattutto, la lettura e l’interpretazione della Bibbia.

Alcuni degli allievi di Alcuino furono dei pionieri, come il germano Rabano, che proprio da Alcuino ricevette il soprannome di Mauro. Egli, come abate di Fulda e più tardi come arcivescovo di Magonza, si preoccupò della formazione del clero nei territori germanici, soprattutto in quelli dominati dai sassoni di recente cristianizzati. Rabano, esattamente come Alcuino, fu il maestro di abati e vescovi, che a loro volta trasmisero il loro sapere. Nella tradizione successiva, Rabano meritò di portare il titolo onorifico di Praeceptor Germaniae e come tale si preoccupò di collegare la Germania alla Chiesa romana e alla tradizione antica.

Una delle sue opere viene ora per la prima volta edita criticamente — ossia in modo filologicamente sicuro — da Roberto Gamberini.

Si tratta di un commento — il primo in ambito cristiano — alle Lamentazioni di Geremia. Rabano lo compose in un momento critico dell’impero carolingio, nell’840, verso la fine del regno del figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio. I suoi figli si erano già da molto tempo fatti la guerra e ora la morte del padre era sentita vicina. Se nessuno di loro fosse riuscito a imporsi, l’impero sarebbe stato diviso (ed è proprio questo che avvenne). Il figlio più anziano, Lotario, che Rabano aveva sostenuto, era stato allontano dalla corte di Aquisgrana dai suoi fratelli più giovani. Rabano gli dedica il suo commento, mostrando come il testo biblico potesse essere attualizzato; gli dedica le Lamentazioni che erano state composte nella prospettiva della distruzione di Gerusalemme e dell’esilio di Israele e che dunque tematizzavano lo sconcerto del popolo eletto che si sentiva abbandonato dal suo Dio: il testo poteva ben essere messo in relazione con i disordini e le paure che caratterizzarono l’impero di Ludovico il Pio. Le Lamentazioni del profeta erano però anche l’appello pronunciato da un uomo giusto che si trovava in piena difficoltà, che era esattamente la situazione di Lotario, oltre che la propria, dal momento che l’essere stato dalla parte di Lotario era costato a Rabano la carica di abate e l’allontanamento dal monastero di Fulda, nel quale era entrato quasi cinquanta anni prima. Rabano sfrutta questi riferimenti, creando così un’opera per il suo presente, che è però nello stesso tempo ancorata alla tradizione, perché l’autore conosce alla perfezione la tradizione patristica (per quanto non si disponesse ancora di un commento specifico dedicato proprio alle Lamentazioni). Le parole del profeta israelita e la dottrina dei Padri offrono a Rabano la possibilità di interpretare il suo tempo e di consolare Lotario.

Anche l’Enchiridion in Psalmos di Alcuino, edito da Vera Fravventura, offre un altro esempio di esegesi biblica altomedievale. Si compone di tre commenti, dedicati rispettivamente al lungo salmo alfabetico 118 (119 nelle moderne edizioni) e poi ai salmi penitenziali e ai graduali. Il salterio svolge fin dall’inizio un ruolo centrale nella liturgia.

Il suo linguaggio poetico creò però problemi specifici, perché era difficile da tradurre e da interpretare. Inoltre nei salmi si riscontrano idee e sentimenti che sono difficilmente conciliabili con gli insegnamenti del Vangelo. Alcuino si avvale allora di commentatori a lui precedenti, utilizzando sia quelli che si occupano degli aspetti letterari (come Cassiodoro) sia quelli che offrono un’interpretazione allegorica che permette l’attualizzazione dei salmi nella preghiera cristiana (come Agostino di Ippona). Alcuino dedica il commento al suo allievo Arno, vescovo di Salisburgo, ma non con l’intento di offrirgli un’opera erudita, piuttosto dedicandola alla sua vita spirituale e per fornirgli un guida nella preghiera, guida che in effetti il vescovo diffuse poi anche fra il suo clero e nella sua comunità.

Indirizzato a questo scopo, Alcuino trae i principali insegnamenti da opere più antiche e li restituisce in modo conciso e comprensibile, sotto forma di enchiridion, ossia di manuale, affinché i suoi lettori potessero portarlo con sé, per leggere comodamente, preparandosi a una pratica di preghiera che non doveva risolversi nel ripetere mere parole, ma che mirasse a penetrare di quelle parole il significato profondo.

La terza opera, il Rescriptum, edito da Valeria Mattaloni, ci presenta il grande Gregorio come guida della Chiesa.

Il monaco Agostino gli aveva scritto da Canterbury ponendogli alcune domande che mostrano come egli, da missionario, dovesse confrontarsi con problemi molteplici. Due esempi sono sufficienti per intuire le problematica: possono due fratelli sposare due sorelle? E quale liturgia deve essere celebrata nel mondo anglosassone, la romana o quella delle Chiese della vicina Gallia? Nel vii secolo Beda, nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, terrà conto di queste domande come delle lunghe e differenziate risposte del Pontefice. A proposito di questi due esempi vi si legge che certamente due fratelli possono sposare due sorelle, e che Agostino può scegliere direttamente dalle liturgie disponibili ciò che si adatta meglio alla sua Chiesa. Ma proprio questa risposta sollevò la curiosità degli eruditi moderni, i quali si chiesero come il Papa potesse permettere la libera scelta liturgica, visto che il suo nome è legato alla liturgia romana, che sarà più tardi vincolante in tutta l’Europa. Nel ventesimo secolo gli storici fecero però osservare che domande e risposte vengono tramandate non soltanto da Beda, ma anche da numerosi altri manoscritti. Il che ha reso la situazione ancora più insicura, perché il testo presenta qualche differenza nelle differenti redazioni conosciute.

In alcuni, ad esempio, si legge che la possibilità che due fratelli sposino due sorelle è ritenuta possibile — in modo sorprendente e impreciso — dal «terzo o quarto» grado. Per chiarire quale sia il testo che risale davvero a Gregorio e, nel caso, in quale forma, è stato necessario mettere in opera un lavoro di ricerca lungo e paziente.

I testi presenti nei manoscritti sono stati confrontati con cura, e, per quanto riguarda le varianti si è dovuto chiarire dove fossero nati gli errori, valutando poi quali errori i successivi copisti erano in grado di correggere e quali no.

Nel farlo si è dovuto determinare le relazioni tra i testimoni, dimostrando dove furono fatte modifiche e quindi anche quale poteva essere la forma originale del testo. Il lavoro di Valeria Mattaloni dimostra che le domande e le risposte si trovarono dapprima in una lettera che sembra poter effettivamente risalire a Gregorio Magno. Ma il suo testo fu continuamente rielaborato o rimodellato e anche presentato in un ordine diverso dall’originario, forse anche per adattare le parole del Papa a nuove contingenze storiche. L’inserto relativo al matrimonio «dal terzo o quarto grado» fu introdotto tardi, ma Gregorio aveva una visione molto prammatica nei confronti della varietà della liturgia, sebbene essa dovesse essere uniformata più tardi, facendo riferimento proprio al suo nome.

Il lavoro filologico permette di stabilire la forma originale di un testo, ma chiarisce anche la storia di questo testo. Sappiamo infatti ora che esistono due forme del commento di Rabano, una breve e una lunga.

Ma quale delle due risale a Rabano? Roberto Gamberini può mostrare che Rabano è l’autore della versione più lunga e che il suo testo fu abbreviato più tardi da un compilatore che non lo ha sempre pienamente compreso.

Grazie alla paziente indagine filologica di Vera Fravventura possiamo ora dire che l’opera di Alcuino era destinata alla pratica religiosa e spirituale e che fu anche letta in questo contesto. Già nei codici più antichi fu infatti accompagnata da inni e preghiere, e anche da una lettera di Alcuino che raccomanda la confessione regolare.

Le ampie introduzioni di questi tre volumi non sono di facile lettura per i non specialisti, ma costituiscono un sigillo di garanzia. Esse garantiscono che i testi qui editi sono i più vicini alla forma concepita da ciascuno dei loro autori, e che i risultati ottenuti dai tre editori, riguardo all’importanza, alla finalità e ai destinatari di queste opere non sono frutto di speculazione ma di argomenti scelti e interpretati con cura.

Il lavoro dell’editore di un testo antico ha bisogno di tempo e di pazienza, e anche della disponibilità di mettersi al servizio dell’autore. Si tratta di impegni che l’attuale organizzazione della vita universitaria non favorisce. Le scadenze indicate nella elaborazione delle ricerche sono spaventose e incalzanti, rendendo difficile un lavoro che non può essere accelerato.

Per le esigenze di carriera professionale, tesi rapide e adattate alla competenza personale risultano più vantaggiose del lavoro disciplinato su un testo. In molti luoghi, quindi, il metodo filologico non viene più custodito e insegnato. L’Italia è ancora un’isola di speranza per questo. Non scoraggiato dalle mode della politica di ricerca, i giovani ricercatori sono addestrati qui in questo lavoro impegnativo.

Le tre edizioni — due delle quali basate su dissertazioni dottorali — mostrano la vivacità e la qualità della filologia italiana. Voglia il cielo che questo possa durare a lungo.

di Carmen Cardelle de Hartmann

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25 giugno 2018

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