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Beata semplicità

· ​Le novità introdotte dalla comunità di Francesco ·

Nella vasta letteratura critica su Francesco d’Assisi, l’ultimo libro di Maria Pia Alberzoni, docente di Storia medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Santa povertà e beata semplicità. Francesco d’Assisi e la Chiesa romana (Milano, Vita e Pensiero, 2015, pagine 308, euro 25), rappresenta senza dubbio un contributo importante dal punto di vista storiografico.

Domenico Ghirlandaio,  «Conferma della regola» (1482-85, Cappella Sassetti, Santa Trinita, Firenze, particolare)

L’obiettivo del volume, che raccoglie otto saggi pubblicati dalla studiosa negli ultimi anni e per l’occasione ampliati e rielaborati, è sottolineare l’originalità dell’esperienza minoritica nel contesto della vita regolare tra la fine del Duecento e i primi decenni del secolo successivo, rileggendo la santità e la persona di Francesco alla luce del binomio paupertas/simplicitas e delle recenti acquisizioni della storia istituzionale. Lo scrive Giovanni Cerro aggiungendo che il primo ambito in cui emerge il carattere originale del francescanesimo è legato alla regolamentazione della vita religiosa. Se originariamente la regola designava l’insieme di precetti ed esortazioni volti alla realizzazione di un ideale di spiritualità all’interno di una comunità monastica, a partire dal secolo XI il termine assunse una connotazione decisamente più giuridica. Tale trasformazione fu favorita sia dalle spinte riformiste interne alla Chiesa, sia dalle elaborazioni ecclesiologiche delle scuole di teologia di Parigi, che recuperarono il tema della Ecclesiae primitivae forma. Nel 1215 si ebbe un momento di svolta fondamentale con la costituzione 13 del IV Concilio lateranense, in cui si stabiliva che chi avesse voluto fondare una nuova casa religiosa avrebbe dovuto attenersi alla regola di Benedetto, a quella di Agostino o a quella di Basilio, nel caso del monachesimo orientale.

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27 maggio 2019

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