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Battezzata con acqua di mare

Cartagine, V secolo. Giulia appartiene a una famiglia nobile, ma rovinata. Ha 15 anni e uno spirito libero, quando viene promessa in moglie a un vecchio ricco e odioso. Supplica i genitori di risparmiarla, ma la parola è data. Allora tenta la fuga. È bella. Sulla costa, viene rapita dai mercanti di schiavi. La caricano su un barcone, con altre prigioniere destinate ai postriboli. A bordo fame, frusta, lotta per il cibo, chi si ammala viene buttato a mare. Giulia trova un protettore: Himalk il marinaio, allegro e temibile, con una scintillante criniera bianca, e una mangusta arrotolata al collo come una sciarpa. Himalk non protegge solo Giulia. È sempre pronto ad aiutare le prigioniere, le difende dalle violenze della ciurma. E per questo sopporta le punizioni dei pirati, con una specie di luminoso orgoglio. Giulia vorrebbe scoprire il segreto della sua forza, ma specialmente della sua letizia. Lui le parla di Gesù. A lei che ha sempre considerato i cristiani una setta infida, l’uomo fa balenare una visione avventurosa. Le rivela che questa vita è solo apparente, quella vera sarà in cielo. E la morte non esiste, è la porta dell’eterno. Giulia si entusiasma del Vangelo. Himalk la mette in guardia: la religione proibita chiede molto. Il coraggio non basta, ci vuole l’eroismo. Per esser degni del Cristo bisogna essere giusti, a costo della vita. Lei si accende ancora di più: è proprio questo che la affascina, l’impraticabilità del Vangelo, la sfida estrema alla natura umana. Ama il tuo nemico, porgi l’altra guancia, di’ sempre il vero. Quale uomo è capace di tanto? Nessuno può raggiungere le pretese del ragazzo di Galilea — e proprio questo la seduce — che chiede l’irraggiungibile. Una notte, mentre tutti dormono, Himalk la battezza con l’acqua di mare.

Una giovane schiava ha la febbre alta, i marinai vogliono buttarla ai pesci. Himalk cerca di impedirlo. Piomba in mezzo a loro, lotta — è cristiano ma mena dei gran cazzotti — viene sopraffatto, e gettato nell’acqua insieme alla malata. Giulia lo vede scomparire fra le onde. La mangusta è rimasta a bordo. Giulia la raccoglie. Subito dopo scoppia una terribile tempesta che straccia le vele. La barca affonda, tutti annegano. Si salva solo lei, attaccata a un relitto, con la mangusta al collo e la sua fede cristiana nuova nuova. Sulle coste della Corsica un pescatore la tira su sulla barca. Lui e sua moglie la terranno come una figlia. Ora che ha imparato a vedere, Giulia vede il disegno della provvidenza: i pirati l’hanno salvata da un’altra schiavitù — anche la sua famiglia voleva venderla — e nella traversata ha incontrato Himalk, che le ha dato Gesù. Adesso quest’isola selvaggia, con pochi approdi, dove nessuno potrà mai ritrovarla. Pensa al dispetto del promesso sposo, e anche se è cristiana, ride. È la sua allegria che la fa amare dai genitori adottivi, e la sua dolcezza. Dell’accoglienza li ripaga parlando loro del Vangelo. I due vogliono farsi cristiani. Giulia battezza anche loro con l’acqua di mare, in memoria di Himalk. Un altro battesimo clandestino: anche lì Cristo è fuorilegge. Tutti sacrificano agli dei, chi li rinnega è punito con la morte. Ma i bonari abitanti di Nonza, quattro case a picco sul mare, non sono fanatici, e vogliono bene a Giulia.

Per lei quella terra di pescatori e montanari, di castagni e mulini, di boschi, di fiumi, è libertà e meraviglia. A Cartagine non la facevano nemmeno uscire di casa. Ora si arrampica da sola nelle piste rischiose, con la mangusta al collo. Corse di mufloni, di cervi, cinghiali, cavalli... voli di aquile, falchi... Per la prima volta conosce la neve. In ogni cosa Giulia vede la mano di Dio, e lo prega a suo modo: «Signore, io temo che tu abbia fatto il mondo troppo bello, quest’anno».

Il disegno si precisa: il naufragio l’ha portata lì perché diffonda il Vangelo fra quella gente semplice e forte. Non con le parole. Non mira a convertirli. Il modo di raccontare Gesù, sarà essere cristiana. È al servizio degli storpi, dei disperati, dei poveri. Quando non ha niente da dare, va a caccia. È un asso con l’arco e le frecce, una piccola Diana cristiana, e sfama i bambini.

Ancora una volta, la bellezza le è fatale. I pochi maschi di Nonza la vorrebbero tutti, e per soggezione non osano farsi avanti. Quella ragazzina è la madre del villaggio. Ma l’arrogante figlio del despota locale non ha di queste timidezze, e la chiede in moglie. Giulia rifiuta. Segretamente ha fatto voto di castità. Lei è di Gesù, non può sposare un altro. Chi si offende è il padre del giovane, il governatore Felice. Come osa quella pezzente, rifiutare un così grande onore? La manda a chiamare, in presenza del figlio. Lei, serena, si presenta con la sua mangusta. Felice rimane sconvolto dalla sua bellezza. L’impulso sarebbe giacersi con lei, all’istante, ma c’è il figlio. E c’è l’atteggiamento intollerabile della ragazza, senza nessuna paura, né rispetto per il suo rango. Giulia è nelle sue mani, da lui dipende farla vivere o morire, e lei non trema? Il desiderio del governatore diventa desiderio di piegarla, umiliandola in ciò che più le è caro. Lo sa bene che è cristiana — si viene a sapere tutto, a Nonza — e le ordina di sacrificare agli dei. Se lo farà, la lascerà libera. Giulia risponde: Io sono già libera servendo Gesù Cristo mio Signore, mentre non lo sarei se servissi i vostri idoli pagani.

Il governatore insiste, arriva a minacciarla col pugnale. Lei non cede.

Felice afferra la mangusta e la trafigge. Poi ordina che a Giulia strappino i capelli, e che sia crocefissa. Pronunciando la condanna la guarda, per godersi il suo terrore. Ma lei, trasfigurata, gli dice: Crocefissa, come il mio Signore? Questo sì che è un grande onore.

Nemmeno l’atroce agonia della santa estinse la rabbia del suo persecutore. Mai aveva subito una sconfitta più vergognosa. Poco tempo dopo impazzì, e si gettò da una rupe.

Ai piedi della croce, il giorno stesso sgorgò una sorgente calda dai poteri miracolosi. Di santa Giulia martire, patrona di Corsica e Livorno, rimangono un frammento del cranio, due vertebre, qualche capello. Le sue reliquie sono conservate a Pisa e a Nonza, nella chiesa di Santa Giulia, eretta in barocco veneziano. Nell’iconografia ufficiale la santa è rappresentata sulla croce, ma un raro ex-voto còrso di fine Ottocento, su legno, mostra una ragazzina dallo sguardo intenso e una mangusta al collo, come una stola. Entrambe hanno l’aureola.

di Barbara Alberti

 

L’autrice

Barbara Alberti, scrittrice, vive a Roma. La sua produzione è eclettica, tesa a combattere un’immagine perdente del sesso femminile. Le opere che ha pubblicato sono diverse fra loro, vanno dal picaresco Memorie malvage (1976) al meditativo Vangelo secondo Maria (1979), a prove maggiormente venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994). Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij — una biografia per il quale ha ricevuto il Premio Alghero Donna — e Il principe volante, in cui ha raccontato la vita di Antoine de Saint-Exupéry. È anche autrice di numerose sceneggiature cinematografiche, tra cui Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974) e di testi teatrali (Ecce homo).

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