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Bastano cento parole

· Viaggio alla scoperta della lingua italiana ·

«La conoscenza delle cose avviene attraverso la parola, la parola è ciò che ordina e classifica le cose, è la vera presa di possesso della realtà». Nonostante la ricchezza dei dizionari, delle enciclopedie, dei glossari, le parole esistenti, in uso o in disuso, non sono sufficienti a nominare oggetti e soggetti della vita, le situazioni, gli eventi del mondo e della storia.

Eppure, le «cento parole» — italiane — scelte da Gian Luigi Beccaria, linguista di livello eccelso, critico letterario e noto divulgatore del dire e del significare, nel libro L’italiano in cento parole (Milano, Rizzoli, 2014, 490 pagine, euro 18) sono una mappa perfettamente rispondente al patrimonio verbale della nostra società, della nostra civiltà e della nostra cultura. Cento parole che diventano centinaia in quanto termini-titolo di capitoli che al loro interno gemmano per derivazioni, deduzioni ed equivalenze; per corrispondenze, affinità, sinonimie e ampliamenti semantici d’ogni tipo. «L’idea di schizzare un’articolata storia della lingua in poche parole/testimonio è temeraria» afferma Beccaria, ma si appella all’utilità di questo lavoro e al fatto che dalla scelta emerge una compiuta storia intellettuale: la risposta a come, cioè, la ricorrenza quantitativa di certi vocaboli, la preferenza nell’uso di “parole-bandiera”, “parole-chiave”, “parole-indici”, collaborino a sistemare il modo di pensare e di percepire la realtà, a formare quel mosaico di «materiali mentali» che costruiscono l’universo conoscitivo delle generazioni, lungo lo sviluppo di più di mille anni di lingua italiana.

L’avventura è al via, il mare grosso del lessico esige una barra di comando e alle correnti che da ogni dove insidiano il linguaggio Beccaria oppone ora la perizia filologica, ora la ricerca delle etimologie, ora la realtà dei neologismi di più stabile presa, ora la dotazione di senso di quei termini che l’ambiente sociale ha più accolto, adottato, propagato, ora la marcatura formale più evidente.

È il 960 quando in un atto notarile, quindi burocratico, appare il primo documento della nostra lingua in italiano volgare (Sao ko kelle terre...); toccherà al Cantico delle creature di san Francesco, quasi trecento anni dopo, siglarne uno di parole di lode biblico-sacrale, quindi etico-religiosa.

Tra Due e Trecento, mentre si afferma l’uso della lingua come arte del discorso persuasivo (retorica), Dante pone il marchio al nostro, come il «bel paese là dove ‘l sì suona».

Le parole ormai prendono il largo: da “passione” a “angelo”, da “pellegrino” a “mercante” da “allegoria” a “Umanesimo”, da “stampa” a “Rinascimento” a “corte”.

Le dispute su come scrivere l’italiano ufficiale si sono sviluppate, lungo i secoli, discutendo se fosse meglio la parlata viva del presente, la lingua dei libri, i modelli antichi. Tra plurilinguismo di Dante (ma subito dopo l’ impianto sintattico del Boccaccio) e monolinguismo del Petrarca, l’Italia rimane un paese linguisticamente e letterariamente «da fare». Ancora oggi.

Mentre il libro annovera, tra altri, i termini “metafora” e “capriccio”, “fanatismo” e “tolleranza”, “progresso” e “ottimismo”, spostando addirittura all’Ottocento, con un balzo di secoli, la questione della “lingua comune” nella sua fattispecie di “lingua media”, Beccaria rileva come in Italia, cioè a dire in tutta la penisola, manchi ancora una comunanza di parole, un italiano della quotidianità, della comunicazione corrente. E se è il Leopardi a lamentarsene e il Di Breme a denunciare la difficoltà di avere una lingua comune in un Paese diviso, neanche Manzoni, notando un uso verbale approssimato, mescolato a inconsci dialettismi, non determina un lessico «come vuole la creanza», e il suo ben parlato toscano rimane un’utopia.

di Claudio Toscani

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24 luglio 2019

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