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Il coraggio di denunciare

· Assegnati due Oscar a «Il caso Spotlight» ·

Ma il maggior numero di statuette va a «Mad Max: Fury Road»

Vince soltanto due Oscar Il caso Spotlight, ma si aggiudica la statuetta più importante, quella per il miglior film, nonché quella, più prevedibile, per la sceneggiatura firmata da Josh Singer e Tom McCarthy. Lo stesso McCarthy però non vince il premio per la migliore regia, lasciandolo a Alejandro González Iñárritu, regista messicano al suo secondo Oscar consecutivo dopo Birdman, che quest’anno firma un bel film d’avventura con The revenant. 

Una scena del film  che ha vinto anche l’Oscar per la sceneggiatura

Iñárritu è un regista preparato e scaltro che gira ogni film con uno stile diverso ai limiti della schizofrenia, visto che è passato da un film narrativamente e formalmente spezzettato come 21 grammi (2003) al piano-sequenza infinito di Birdman, mentre per The revenant “malickeggia” senza pudore in molti momenti. D’altronde un premio che non è mai stato vinto da Kubrick e da altre decine di maestri della storia del grande schermo va preso con le molle, dal punto di vista artistico. Sicuramente però gli Oscar sono spesso sintomatici di alcune tendenze, e quest’anno lo confermano.

Per molti anni il premio per il miglior film e quello per la migliore regia sono andati a braccetto. Nelle ultime edizioni invece sono state frequenti le divergenze. Dopo la stagione dei registi-dittatori degli anni Settanta e soprattutto quella immediatamente successiva del postmoderno, in cui il cinema sembrava voler fare sempre più affidamento sulla mera immagine e sui propri mezzi precipui, sino a diventare completamente autoreferenziale, c’è stato un improvviso e massiccio ritorno al racconto e alla cura dei personaggi.
È ciò che spiega anche il boom delle serie televisive, spesso sciatte dal punto di vista espressivo ma caratterizzate per loro stessa natura da quel calmo e dettagliato sviluppo narrativo di cui lo spettatore di oggi sente evidentemente la necessità.
Per vincere un Oscar come miglior film, insomma, oggi è sufficiente raccontare una buona storia. Il come la si racconta, sul piano visivo, è secondario. Anche meglio, allora, se è una storia vera, risorsa a cui il grande schermo infatti si affida sempre più frequentemente. E Il caso Spotlight è esattamente questo. Un film girato in maniera piuttosto anonima ma con una buona sceneggiatura e su una realtà purtroppo vera e a dir poco scottante come l’abuso di minori da parte di alcuni preti. Non è un film anticattolico perché il cattolicesimo in sé non viene neppure toccato, rischia di essere un film contro la Chiesa perché il tono tende spesso a generalizzare — ma le generalizzazioni sono anche inevitabili quando si devono raccontare storie in sole due ore — però indiscutibilmente è un film che ha il coraggio di denunciare casi che vanno condannati senza alcuna esitazione. E lo fa in modo particolareggiato, sulla scorta di una documentazione sostanzialmente seria e credibile. Un film come Tutti gli uomini del presidente, insomma, rimane ben lontano, ma quello di McCarthy è comunque un buon lavoro e molto poco hollywoodiano.
Paradossalmente, tuttavia, il film che si è aggiudicato il maggior numero di statuette — sei — è Mad Max: Fury road, geniale e in qualche modo definitiva deriva proprio del cinema postmoderno. Capolavoro della tecnica visivamente elettrizzante capace, soprattutto grazie a un montaggio incredibile, di condensare in un’unica interminabile sequenza cinquant’anni di cinema di genere. Il regista australiano George Miller è lo stesso della prima trilogia sul personaggio postapocalittico interpretata da Mel Gibson negli anni Ottanta, ma qui è supportato in maniera decisiva da maestranze di prima qualità.

Altri premi meritati, anche se sostanzialmente riparatori, sono andati a Ennio Morricone e Leonardo DiCaprio. Che il compositore italiano lo vinca soltanto adesso per la prima volta — ne aveva ricevuto soltanto uno alla carriera nel 2007 — è palesemente assurdo, anche perché la colonna sonora scritta per Hateful eight, del suo fan numero uno Tarantino, è come al solito bella ma non fra le sue migliori. DiCaprio in The revenant invece non ha dovuto far molto se non patire freddo e sofferenze in quello che è stato più un corso di sopravvivenza che un’interpretazione. Però il premio, nella sua più che ventennale carriera, aveva già dimostrato di meritarlo. Così come fanno piacere le vittorie di Brie Larson, attrice protagonista del bellissimo Room di Lenny Abrahamson, e quella come miglior film straniero dell’ungherese Il figlio di Saul di László Nemes. Sulla regia di Nemes abbiamo già dichiarato delle perplessità dal punto di vista espressivo, ma per alimentare la memoria dell’orrore della Shoah ben venga anche un Oscar.

di Emilio Ranzato

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23 novembre 2017

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