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Basta guerra e devastazione

· ​Dalla Georgia la preghiera di Papa Francesco per la Siria e l’Iraq ·

Una preghiera per i popoli in guerra «sfiniti» dalle bombe e dalla devastazione, affinché imparino la via della riconciliazione, del dialogo e del perdono. Anche in Georgia, dove sta volgendo al termine la prima tappa del viaggio nel Caucaso, Papa Francesco pensa alle «sofferenze di tante vittime innocenti» nelle varie zone del mondo in cui sono in corso conflitti: l’Iraq e la Siria in particolare. Per questo ha voluto concludere la prima giornata trascorsa a Tbilisi incontrando venerdì sera, 30 settembre, la comunità assiro caldea nella chiesa di San Simone Bar Sabbae.

Insieme con il patriarca di Babilonia e i vescovi del Sinodo di questa Chiesa — che proprio nei giorni precedenti si erano riuniti ad Erbil, sul suono iracheno — il Papa ha elevato una preghiera per la pace, al termine della quale ha simbolicamente liberato in volo una colomba bianca. «Strappa dalla loro condizione le vittime dell’ingiustizia e della sopraffazione» ha pregato Francesco con il pensiero rivolto soprattutto ai bambini, agli anziani, ai cristiani perseguitati, ma anche alle persone abusate, private della libertà e della dignità, così come a chi vive nell’incertezza: «gli esuli, i profughi e persino chi ha smarrito il gusto della vita», senza dimenticare «i cristiani della diaspora».

Intenzioni riecheggiate poi nella preghiera dei fedeli della celebrazione del giorno successivo, sabato mattina, 1° ottobre. Nella festa liturgica di santa Teresa di Gesù bambino, il Papa ha presieduto la messa alla quale ha partecipato la piccola comunità cattolica georgiana rappresentata nei tre riti che la compongono: latino, armeno e assiro caldeo. Incentrando la sua omelia sui temi della consolazione e della speranza, Francesco ha sottolineato come «tra i tanti tesori» della Georgia risalti «il grande valore delle donne» che — ha scritto Teresina di Lisieux — «amano Dio in numero ben più grande degli uomini». E in proposito il Pontefice ha messo in luce la presenza nel paese di «tante nonne e madri che continuano a custodire e tramandare la fede, seminata in questa terra da santa Nino», le quali «portano l’acqua fresca della consolazione di Dio in tante situazioni di deserto e conflitto». Una «consolazione di cui abbiamo bisogno in mezzo alle vicende turbolente della vita», ha aggiunto il Papa. E questa si trova nella Chiesa, che «è la casa della consolazione» perché il cristiano «pur quando subisce afflizioni e chiusure, è sempre chiamato a infondere speranza a chi è rassegnato, a rianimare chi è sfiduciato, a portare la luce di Gesù, il calore della sua presenza, il ristoro del suo perdono».

Certo, ha osservato Francesco «tanti soffrono, sperimentano prove e ingiustizie, vivono nell’inquietudine» e «questa consolazione del Signore non toglie i problemi». Ma — ha assicurato — «dona la forza dell’amore, che sa portare il dolore in pace». Ecco perché, «ricevere e portare la consolazione di Dio» è l’«urgente missione della Chiesa», a motivo della quale «non fa bene abituarsi a un “microclima” ecclesiale chiuso», mentre serve «condividere orizzonti ampi, orizzonti aperti di speranza, vivendo il coraggio umile di aprire le porte e uscire». Un invito che Papa Francesco ha riproposto in chiave ecumenica anche durante la visita di venerdì pomeriggio al catholicos Ilia II, nella sede del patriarcato ortodosso di Georgia. «Le difficoltà non siano impedimenti, ma stimoli a conoscerci meglio, a condividere la linfa vitale della fede, a intensificare la preghiera gli uni per gli altri e a collaborare con carità apostolica nella testimonianza comune» ha esortato auspicando un «nuovo slancio» di fraternità per superare incomprensioni e timori.

L’incontro ecumenico

La preghiera con la comunità assiro-caldea 

L’omelia della messa a Tbilisi  

Il viaggio del Papa in diretta streaming

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21 marzo 2019

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