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Basta con il saccheggio
della terra

Un nuovo drammatico allarme della Fao rischia di passare sotto silenzio. La crescita della produzione alimentare sta gravemente diminuendo e soprattutto arretra rispetto alla crescita della popolazione mondiale. Secondo la Fao ciò è dovuto principalmente a un modello produttivo e alimentare che consuma risorse non rinnovabili, degrada i suoli fertili e inquina le acque dolci. Lo afferma lo Stato mondiale delle risorse idriche e fondiarie per l’alimentazione e l’agricoltura (Solaw), il nuovo rapporto Fao sul futuro agroalimentare del pianeta, presentato ieri. Nel rapporto si sostiene che gli aumenti produttivi degli ultimi 50 anni «sono stati accompagnati da pratiche di gestione delle risorse che hanno degradato gli ecosistemi terrestri e idrici dai quali la produzione alimentare stessa dipende».

Le conseguenze sono gravi e iniziano a essere evidenti a tutti sotto forma di disastri climatici, grandi migrazioni e ricorrenza delle patologie di origine ambientale e alimentare.

Davanti all’aumento della popolazione mondiale occorre intervenire su due fronti interconnessi: cambiare gli stili alimentari e cambiare il modello agricolo. Secondo le previsioni Fao la produzione alimentare, per soddisfare un pianeta sempre più vorace, dovrebbe già ora aumentare ben oltre i ritmi della crescita demografica, perché a determinare il progressivo bisogno di cibo sono anche e soprattutto l’incremento degli sprechi e il diffondersi, anche nei paesi emergenti, dei dispendiosi stili alimentari del Nord del mondo. Solo un intervento su questi due fattori permetterebbe di ridurre il paventato eccesso di richiesta di cibo e quindi di adottare un ragionevole modello agricolo ecologico, meno produttivo, ma rigenerativo dei suoli e conservativo delle risorse ambientali. Ed è qui lo snodo: l’economia inchiodata al consumo di risorse ha ancora, come principale prospettiva per il superamento della crisi, quella di intensificare la sua attitudine al saccheggio. Scelta che permette effetti positivi di corta portata, a fronte di danni talvolta irreversibili ai sistemi da cui origina la sostenibilità e la ricchezza.

Il rapporto Fao denuncia che oltre due terzi delle superfici del pianeta sono ormai degradate o prossime al degrado e solo il 10 per cento della superficie coltivabile sta migliorando il suo stato. Il Solaw denuncia che i suoli migliori attualmente coltivati, cioè 1,6 miliardi di ettari, subisce lavorazioni distruttive, sfruttamento, erosione, perdita di biodiversità e di fertilità, inquinamento.

La produzione alimentare ha raggiunto una fase critica. Aumentano sempre più le aree che hanno raggiunto i limiti della propria capacità produttiva. Questa nel pianeta cresce ormai molto poco rispetto alle innovazioni tecnologiche, al dispendio di risorse messe in atto e alle promesse gloriose della “rivoluzione verde” negli anni Settanta. Diviene dunque pervasiva la corsa all’accaparramento di terre e acque. È una conquista compiuta soprattutto a spese dei più deboli, di intere popolazioni costrette a fuggire, villaggio per villaggio, da nuovi diritti di proprietà, privatizzazioni di pozzi, milizie irregolari, conflitti tra grandi gruppi di interesse. Oltre il 70 per cento delle terre compromesse da questo modello agricolo è in zone con tassi di povertà alti o moderati.

Davanti a questo circolo vizioso bisogna cambiare passo e scegliere un nuovo corso. L’adozione di un modello agricolo che metta al centro l’agricoltore, rispetti la vitalità dei suoli, rigeneri le risorse, coltivi la biodiversità e non inquini acque e terre, è urgente.

Sono ancora troppo poche nel pianeta le terre dove un’agricoltura biologica, biodinamica e l’applicazione dell’agroecologia possano innescare un circolo virtuoso, mentre le agricolture contadine, che ancora garantiscono la sopravvivenza di importanti aree, sono in grave pericolo. Per questo servono investimenti in ricerca e formazione per aumentare l’efficienza produttiva, senza però intaccare le fonti non rinnovabili e la salute del pianeta. La Fao auspica per esempio di trovare massicci investimenti entro il 2050, per rendere efficienti i sistemi di irrigazione nel Sud, cui si aggiungono altri fondi per la protezione dei suoli più sensibili alle alluvioni e ai cambiamenti climatici.

Ma le soluzioni non possono essere solo tecniche o politiche. Serve coltivare la sapienza, aumentare l’autocoscienza dell’agricoltore nel proprio ruolo e creare comunità che scambino buone pratiche, innovazioni sagge e a basso impatto e servono cittadini che si alleino per sostenere tutto questo. Gli esempi virtuosi che il Solaw mette in luce vanno diffusi, adattati e resi applicabili da adesso.

di Carlo Triarico

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15 dicembre 2017

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