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Barlumi nel buio

· Sviluppi paradossali di una storia ancora aperta ·

Il Nichilismo è tornato a essere un problema, nella vita delle persone e nelle vicende del mondo. Eppure sembrava che esso avesse vinto definitivamente e tranquillamente nelle società dell’Occidente avanzato, raggiungendo un dominio planetario accelerato dalla globalizzazione mondiale e da una tecnologia dell’informazione sempre più sviluppata. La sua vittoria era quasi nascosta nelle pieghe della vita dei singoli individui. Si trattava — e si tratta ancora — di una concezione pervasiva che segna le più diverse visioni del mondo, accomunate da un tacito riconoscimento: che non esiste più un significato del mondo, un senso ultimo di sé e delle cose, che possa realmente “prendere” la nostra vita nel presente, conquistarci e cambiarci, cioè renderci liberi. 

René Magritte, «Le paysage de Baucis» (1966)

Certo, dei valori restano (la solidarietà, la legalità, la cura dell’ambiente), come doveri cui orientare la nostra responsabilità etica; ma a essere sinceri spesso risuonano come parole tristemente belle, incapaci di vincere quel sordo sentimento di sé per cui in fondo siamo tutti destinati semplicemente a finire. Tra la vita e il suo significato sembra essersi consumato un divorzio consensuale: la vita è identificata con il nudo volere se stessa, come un istinto di auto-affermazione; e il significato è ridotto a un’incerta costruzione culturale, fatta di ciò che vorremmo essere, di ciò a cui crediamo di aver diritto, di ciò che il sistema sociale ci presenta come un obbligo.

Così il nichilismo pareva aver vinto nel nostro mondo: ma era una strana vittoria. Non era più il «nichilismo attivo» preconizzato da Nietzsche come «forza violenta di distruzione» (la morte di Dio) dovuta alla sempre più accresciuta «potenza dello spirito» (il superuomo come volontà di potenza). Al contrario, era quel «nichilismo passivo» che è piuttosto «declino e regresso della potenza dello spirito», in modo che — scrive Nietzsche — «i fini sinora perseguiti sono inadeguati e non trovano più credito; la sintesi dei valori e dei fini (su cui riposa ogni forte cultura) si scioglie, in modo che i singoli valori si fanno la guerra: disgregamento; tutto ciò che ristora, guarisce, tranquillizza, stordisce, sarà in primo piano, sotto diversi travestimenti, religiosi o morali o politici o estetici, ecc.» (Frammenti postumi, 1887-1888).

Un esito rovesciato, per così dire: non l’attacco rivoluzionario contro gli idoli della borghesia clericale — come ancora risuonava nel Sessantotto —, ma lo stile educato e “corretto” di una borghesia radicale di massa (di cui aveva parlato Augusto Del Noce). Divenuto ormai un tranquillo prodotto della società dei consumi, il nichilismo non significava più la messa in questione radicale della verità, ma il gioco incrociato delle opinioni, in cui ciascuna di esse ha il diritto ad esistere, a patto di non voler essere niente più di un’opinione.

Ma una nuova breccia sembra fare irruzione in questo tessuto narrativo. Nella diffusa “messa in scena” della cultura nichilista, grazie anche all’interconnessione digitale di tutte le informazioni possibili sulla faccia della terra, chiedersi se ci sia un significato più grande di questa rete connettiva (più grande non nel senso estensivo, ma nel senso intensivo, cioè che c’entri con il motivo per cui io, proprio io sono al mondo), sarebbe bollato come il mito del “complotto”, per usare la geniale formula suggerita nei romanzi di Umberto Eco. La liberazione dal senso era stata presentata come promessa di liberazione dell’io; e invece ha portato allo svuotamento dell’esperienza delle persone: più che gli artefici del proprio destino, i signori del vuoto, perché c’è senso e destino solo quando l’io riconosca (anche solo per contestarlo!) un altro da sé, non come propria proiezione dialettica, ma come l’irriducibile a sé, il cui nome più adeguato può essere quello di “tu” o di “padre-madre” (la generazione), o di “amico”.

Ed è esattamente qui che il nichilismo torna a essere “problema”, a inquietarci come all’inizio (chi ricorda i I fratelli Karamazov di Dostoevskij?), e forse ancor più radicalmente. Ora infatti questo nome non indica più (solo) il fenomeno di una perdita, ma anche (e soprattutto) l’emergere di un bisogno, il rendersi visibile di un desiderio del senso come desiderio di “essere”, come la fioritura impossibile da una terra secca e pietrosa.

Da questo punto di vista il nichilismo è oggi, paradossalmente, non un ostacolo, ma una chance per la ricerca della verità, proprio grazie alla forza anti-idolatrica che esso ha dispiegato. Nel momento in cui sono crollati non solo i vecchi valori della tradizione, ma anche la pretesa antropocentrica di sostituirli con la pura volontà del potere, gli individui sono diventati alla fine irrilevanti, cioè intercambiabili o puramente casuali nella grande rete del mondo. Ed è qui che si mostra di nuovo qualcosa di irriducibile nella sua nudità. Come se un “io” chiedesse di nascere di nuovo, ossia cercasse qualcosa — uno sguardo, un incontro, un fattore esterno a sé — che gli riveli di che stoffa è fatto il suo essere, anzi che lo chiami ad essere se stesso.

Uno dei compiti più urgenti, e anche più attraenti, di una comprensione del nostro momento storico è proprio quello di intercettare e seguire alcuni dei punti di luce in cui sta avvenendo questa mutazione del nichilismo, dall’essere una perdita all’emergere di un bisogno.

E mi piace partire da uno scrittore che ha descritto forse nella maniera più emblematica il nichilismo di oggi, come Michel Houellebecq. Nel suo ultimo romanzo, Serotonina (Milano, La nave di Teseo, 2019, pagine 332, euro 19, traduzione Vincenzo Vega), troviamo la ferita ancora aperta di questo desiderio di essere. Il protagonista, Florent-Claude, cerca letteralmente di farla finita con il proprio io, a partire da quella traccia vivente di sé che è il desiderio sessuale. Per liquidarsi bisogna tranquillizzarsi; per tranquillizzarsi bisogna assumere quel benedetto farmaco; ma l’azione del farmaco riduce proprio la libido, l’ultimo segno della vita che rimaneva.

Senonché, proprio l’acquietamento dell’impulso sessuale porta a galla quello che fino ad allora si nascondeva dietro la coazione a ripetere dell’istinto, vale a dire il desiderio di essere amato e la gioia di scoprire che qualcuno veramente ci ha amati, anche se noi non abbiamo avuto il coraggio di puntare tutta la nostra vita su questo sguardo. Il punto drammatico di non ritorno è quando Florent-Claude comprende di aver perso quella possibilità assolutamente unica per sé: accettare la preferenza immeritata da parte di una donna, Camille. Il reale non riesce più a conquistarci, anche se è quello che segretamente più vorremmo, tanto è ridotta la nostra libertà, tanto ci siamo disabituati al suo gusto, riducendola a puro caso o ad arbitrio immotivato.

Eppure, anche questa perdita non azzera l’umano; e proprio nel tentativo di autoestinzione del protagonista sembra imporsi — quasi malgrado lui — qualcosa cui non si può rinunciare: la natura del soggetto umano è tanto oggettiva, che egli stesso non può mai disporne semplicemente a suo piacimento. È una sorta di chiamata dell’io a sé stesso, che viene agostinianamente dall’interno di lui, ma di cui non può essere lui il padrone. Verso la fine scrive così: «Non speravo niente, ero pienamente consapevole di non avere niente da sperare, la mia analisi della situazione mi sembrava completa e certa. Ci sono determinate zone della psiche umana che restano pressoché ignote, perché sono state poco esplorate (...). Tali zone possono essere avvicinate solo tramite l’uso di formule paradossali e perfino assurde, tra le quali l’espressione sperare contro ogni speranza è l’unica che riesca davvero a farmi venire in mente. (...) Io ero entrato in una notte senza fine, eppure persisteva, nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza».

Sembra un nulla, un barlume nel buio profondo e apparentemente senza fine della notte. Ma è anche la spia di un’incrinatura nel nichilismo, come un leggero scricchiolio; e ci vuole una profonda sincerità con se stessi per non negarlo subito. È dunque solo un’incertezza? L’ultima pagina di questo percorso verso la perdita di sé, svela che in realtà agiva sottotraccia un contro-movimento, che il protagonista scopre in un’agnizione finale. Il desiderio, la speranza, la stessa incertezza sono segni, reali, di un senso oggettivo conficcato nella nostra stessa carne, nella carne stessa del mondo. E allora, come in una prospettiva rovesciata, se noi abbiamo perduto il senso, è il Senso stesso, in carne e ossa, a cercare di noi: «In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari».

Fino a dare il nome a questo sguardo, cioè fino a identificare il soggetto amoroso che, nella sua carnalità, ridesta il desiderio: «E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto». Tener conto dei segni: è forse questa la strada semplice che ci è data per attraversare il nichilismo. Anzi, riconoscere, con povertà di spirito, questa strada è già il primo indizio che abbiamo in qualche modo cominciato a superarlo.

di Costantino Esposito

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21 gennaio 2020

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