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Barack Obama in chiave elettorale

· L’atteso discorso sullo stato dell’Unione ·

Un’America più giusta, costruita per durare. Un’America dove tutti tornino ad avere le stesse opportunità, dove le regole siano uguali per tutti, dove imprese siano capaci di creare posti di lavoro. Ha usato la sua consueta vena retorica ieri Barack Obama per pronunciare, davanti al Congresso, l’attesissimo discorso sullo stato dell’Unione. Un discorso che, a detta di molti analisti, va letto in chiave elettorale con l’approssimarsi delle presidenziali di novembre. Non a caso quindi Obama ha rispolverato lo slogan della vittoria nel 2008: Yes We Can .

Secondo il presidente, gli Stati Uniti sono oggi più forti che nel 2008, anche se la grande sfida resta «mantenere vive le promesse», e, in discorso di solito bipartisan, Obama ha invitato tutta la Nazione a fare squadra. Ma, nell’ora o poco più di discorso, Obama ha mostrato soprattutto una grinta da campagna elettorale. Nel mirino i rivali repubblicani, quelli che, secondo la sua visione, in Congresso bloccano il cambiamento e quelli che si sono candidati per la presidenza, gli stessi che accusano l’inquilino della Casa Bianca di condurre il Paese allo sfascio. «Voglio combattere l’ostruzionismo con l’azione. Mi opporrò a ogni tentativo di tornare alle stesse politiche che ci hanno condotto fino a questa crisi», ha ammonito il presidente.

In prima fila, accanto al vicepresidente Joe Biden, era seduta la First Lady Michelle. Dietro di lei Lauren Powell, vedova di Steve Jobs, e l’ormai famosa segretaria di Warren Buffet, quella che paga più tasse del suo datore di lavoro miliardario. E Obama ha rilanciato con forza la cosidetta Buffet Rule , proprio nel giorno in cui Mitt Romney, il candidato repubblicano miliardario, ha reso pubblica la sua dichiarazione dei redditi, dalla quale emerge che paga solo il 15 per cento di tasse. «Se guadagni più di un milione di dollari l’anno — ha dichiarato Obama — non puoi pagare meno del 30 per cento in tasse». Un quarto di tutti i milionari — ha aggiunto — «adesso pagano meno tasse di milioni di famiglie della classe media. Vogliamo mantenere questi sgravi fiscali per gli americani più ricchi? Oppure vogliamo investire in altri campi, come l’istruzione e la ricerca? Dobbiamo cambiare il nostro regime fiscale in modo che gente come me e un incredibile numero di membri del Congresso paghino la loro giusta porzione di tasse».

Poi il lavoro, altro tema caldo per Obama che — secondo gli analisti — su questo delicatissimo campo si gioca gran parte delle sue possibilità di essere eletto per un secondo mandato. Il presidente, dopo aver ricordato come l’industria dell’auto made in Usa sia tornata ai vertici con General Motor, Chrysler e Ford, ha respinto tutte le critiche degli avversari: «Nel 2008 il castello di carte è collassato, con tutte le conseguenze del caso. Nei mesi che hanno preceduto il mio primo mandato abbiamo perso circa 4 milioni di posti di lavoro. E ne abbiamo persi altri 4 milioni prima che le nostre politiche avessero effetto». Ma negli ultimi 22 mesi — ha rivendicato — le imprese hanno creato più di 3 milioni di impieghi. Lo scorso anno hanno creato il maggior numero di posti di lavoro dal 2005. Questi sono i fatti».

Sulle prossime elezioni incombe anche l’incognita dei rapporti con l’Iran. Obama ha ribadito: «L’America è determinata a impedire che l’Iran ottenga l’arma nucleare, e io non tolgo alcuna opzione dal tavolo». Dovrebbe essere questa una risposta a chi definisce il presidente timido in politica estera.

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