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​Balzac e l'uomo di piombo

· ​Il tormentato rapporto fra lo scrittore francese e il mondo della stampa ·

«Se la stampa non esistesse, non bisognerebbe inventarla»: bandisce ogni diplomazia Honoré de Balzac nel condannare, giornalista egli stesso (nonché editore), le brutture e i «procedimenti obliqui», per dirla con Stendhal, del quarto potere. Il grande scrittore francese, morto il 18 agosto 1850, era legato al mondo della stampa da un rapporto di amore e odio dal sapore catulliano. 

Quando, nella primavera del 1825, l’editore Canel propose a Balzac, in serie difficoltà economiche, di entrare nella sua società cercando di valorizzare i profitti della pubblicazione delle opere di Molière, La Fontaine, Corneille e Racine, lo scrittore — che già aveva lanciato strali, in alcune sue opere, contro editori senza scrupoli e giornalisti «imbrattacarte» — non potè che accettare, affermando di essere passato finalmente dalla parte del pubblico: cioè di aver dimenticato l’homme de lettre per far posto all’homme de lettres de plomb. Ma il progetto ebbe vita breve: le vendite non decollarono mai e così la società si sciolse. Uno smacco per Balzac — gravato tra l’altro dai debiti — che fermamente credeva nel ruolo dell’editoria in funzione del progresso della società delle lettere. E la delusione, gradualmente, si trasformò in critica velenosa. Del resto diceva di sé: «Sono un uomo che non ammette la sconfitta». E nel pamphlet del 1843, dal titolo Monografia della stampa parigina, si scaglia contro la categoria dei giornalisti rei, secondo lui, di «fare le scarpe» ai veri scrittori e alle loro opere dal respiro epico con articoli «scopiazzati qua e là».
E in questo pamphlet Balzac afferma che più che protagonisti di fatti, «i signori del giornalismo lo sono di misfatti». E le staffilate non risparmiano nemmeno i critici, bellimbusti in grado di stroncare un grande libro a seconda dell’umore che hanno nel giorno in cui scrivono. Ma l’attacco in grande stile viene condotto nel romanzo Illusioni perdute (1837 - 1843) quando lo scrittore denuncia che il giornalismo è divenuto «uno strumento dei partiti» e che, successivamente, da strumento si è degradato in commercio. Per poi dichiarare: «E come tutti i commerci è senza fede né leggi». E in un crescendo di accuse Balzac scrive: «Ogni giornale è una bottega dove si vendono al pubblico le parole del colore che vuole. Se esistesse un giornale dei gobbi, dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi». E il rischio di fondo, ammonisce lo scrittore, è che i giornali finiscano per «uccidere le idee». E il male sarà commesso «senza che nessuno sia ritenuto colpevole». Ma in Balzac, al di là delle staffilate intinte nel cianuro, rimarrà sempre un’incrollabile fede nell’uomo, pur nelle sue debolezze, e nella storia, pur nei suoi alti e bassi. Tanto che in quel corrosivo pamphlet sentenzia: «Di fatto c’è nelle vicende umane una forza superiore che né la discussione né le chiacchiere, stampate o no, potranno mai ostacolare».

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