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Azzurro da mezzo secolo

«Se l’avessi cantata io nessuno la conoscerebbe». Così, con la classe che lo contraddistingue, Paolo Conte ricorda in una breve intervista sul «Corriere della Sera» del 16 giugno i cinquant’anni di Azzurro, la canzone, resa celebre dall’interpretazione di Adriano Celentano, pubblicata nel maggio del 1968. Ma i ragazzi della contestazione, racconta Conte, erano più giovani, mentre «io già lavoravo in ufficio». Nessuno dei giovani del Sessantotto, infatti, intonava Azzurro. Eppure il brano, a differenza di molti inni generazionali, ha resistito ai colpi del tempo, eternamente attuale nella sua struggente malinconia pomeridiana, una malinconia ancora più acuta nelle lunghe estati cittadine. Una canzone talmente nota, anche oltre confine, da essere stata eseguita invece dell’inno di Mameli dalla banda tedesca che nel giugno del 2015 accolse al g7 il presidente del consiglio Matteo Renzi. Con elegante sprezzatura Conte sottolinea però di non avere mai voluto comporre inni, ma solo «bozzetti di vita». Bozzetti sempre vivi mezzo secolo dopo. Perché il tempo non è come il treno dei desideri «che all’incontrario va».

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