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Azzardi medievali

· Una storia delle baratterie tra il XIII e il XV secolo ·

Il gioco fra economia ed etica

«Ma infine, che cosa spingeva Alessandro, che cosa spinge (se è lecito qui chiederlo senza ambagi) un uomo che abbia intelletto e cuore in una sala da gioco?». Questa è la domanda che si poneva Tommaso Landolfi in un breve racconto contenuto in quella «specie di diario» che è la biere du pecheur, il cui titolo va scritto «in lettere maiuscole e senza accenti». Lo scrittore, celandosi dietro un personaggio fittizio, vi rievoca una delle sue incursioni al casinò di Sanremo e descrive la disperazione che talvolta assale il giocatore incallito. Uno stato d’animo che doveva conoscere bene il poeta ferrarese Antonio Beccari. Dopo una giovinezza da «sfacciato barattiero», come lui stesso si definiva nelle sue Rime, fece voto alla Vergine di astenersi dal gioco per dieci anni, ma ben presto tornò ai dadi, salvo poi probabilmente cambiare di nuovo idea.

Beccari era stato uno di quei tanti giocatori d’azzardo che tra Duecento e Trecento arrivavano a rischiare tutto, usque ad camisiam. Sono loro i protagonisti dell’ultimo libro di Gherardo Ortalli, professore di Storia medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia e direttore della rivista «Ludica» ( Barattieri. Il gioco d’azzardo fra economia ed etica. Secoli XIII-XV , Bologna, il Mulino, 2012, pagine 264, euro 22). Unendo rigore storico e gusto per la narrazione, l’autore ci guida alla scoperta della baratteria medievale, soffermandosi sull’Italia centro-settentrionale e descrivendo la struttura e il funzionamento di quella che fu «una vera e propria azienda». Le vicende del gioco d’azzardo, spesso trascurate dalla storiografia, diventano così un punto di vista privilegiato per studiare i cambiamenti economici ed etici fino alla prima età moderna.

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19 novembre 2019

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