Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Azioni pastorali comuni per sfide comuni

· ​L’undicesima congregazione generale ·

Creare un organismo episcopale permanente e rappresentativo per promuovere la sinodalità in Amazzonia: è questo uno dei suggerimenti emersi dall’undicesima congregazione generale, svoltasi nella mattina di martedì 15 ottobre, giorno della memoria liturgica di Teresa di Gesù. E proprio alla santa carmelitana di Ávila — in particolare al suo invito a conoscere se stessi per esercitare l’umiltà — ha fatto riferimento l’arcivescovo di Belo Horizonte, monsignor Walmor Oliveira de Azevedo, presidente della Conferenza episcopale brasiliana, nell’omelia pronunciata durante l’ora terza che, come di consueto, ha aperto i lavori, moderati nell’Aula del Sinodo dal cardinale Braz de Aviz, presidente delegato di turno, alla presenza di Papa Francesco e di 180 padri.

La proposta dell’organismo episcopale amazzonico — una struttura integrata al Celam (Consiglio episcopale latinoamericano) e il cui servizio esecutivo va realizzato dalla Repam (Rete ecclesiale panamazzonica) — ha ripreso una delle indicazioni contenute nell’Instrumentum laboris (n. 129). Esso, nelle intenzioni dei padri, dovrà aiutare a implementare la fisionomia della Chiesa in Amazzonia, nell’ottica di una pastorale comune più efficace, concretizzando anche quelle indicazioni che il Pontefice vorrà eventualmente dare dopo il Sinodo e lavorando in particolare per la difesa dei diritti dei popoli indigeni, la formazione integrale degli agenti pastorali e la creazione di seminari amazzonici. Tale azione pastorale congiunta, elaborata da tutte le circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche in una relazione organica con il Celam, sarà utile per affrontare problemi comuni, come lo sfruttamento del territorio, la delinquenza, il narcotraffico, la tratta e la prostituzione.

La situazione dei popoli indigeni è stata costantemente al centro degli interventi dell’assemblea. I padri si sono soffermati sui problemi derivanti da colonizzazione, migrazione interna e avanzamento di modelli economici predatori e colonialisti che spesso uccidono, denunciando con forza gli espropri e l’allontanamento delle comunità originarie dalle loro terre. Al contrario, le popolazioni indigene in mobilità vanno comprese nella loro peculiarità attraverso una pastorale specifica, affinché siano sempre garantiti i loro diritti umani ed ambientali, in particolare il diritto a essere consultati e informati prima di ogni azione nei rispettivi territori. È stata ribadita, in proposito, l’opportunità di dar vita a un osservatorio permanente dei diritti umani e di protezione dell’Amazzonia. Il grido della terra e della gente — hanno raccomandato i padri — va ascoltato dando voce soprattutto ai giovani: è in gioco, infatti, una questione di giustizia inter-generazionale.

Centrale nel dibattito anche la questione dell’inculturazione, modo di essere della Chiesa che la apre alla scoperta di nuovi cammini nella ricca diversità delle culture amazzoniche, così da renderla una Chiesa più discepola e sorella, oltre che maestra e madre, in un atteggiamento di ascolto, servizio, solidarietà, rispetto, giustizia e riconciliazione. Collegato al tema dell’inculturazione, è tornato quello dell’educazione dei popoli indigeni amazzonici, un’educazione troppo spesso caratterizzata da cattiva qualità e forte precarietà. Cosa può fare in quest’ambito la Chiesa, che è una delle istituzioni più qualificate e forti nel settore della formazione? È stato suggerito un lavoro di maggior coordinamento con altri organismi per offrire servizi migliori ai popoli indigeni: ad esempio, le università cattoliche possono realizzare un’opzione preferenziale per l’educazione delle popolazioni autoctone, oppure generare strategie solidali per sostenere economicamente gli atenei indigeni, come quello di Nopoki, in Perú, affinché il diritto all’identità culturale sia tutelato e la saggezza ancestrale dei popoli amazzonici venga salvaguardata.

I padri sinodali hanno riflettuto ancora sul tema della violenza, che colpisce l’intera Amazzonia. Bisogna raccoglierne il grido, è stato sottolineato, perché solo così si risveglia l’evangelizzazione. L’annuncio efficace della buona notizia avviene, infatti, solo a contatto col dolore del mondo, che attende di essere redento dall’amore di Cristo, grazie a una teologia della vita. Forte, quindi, il richiamo al prezioso esempio dei missionari martiri della regione, come monsignor Alejandro Labaka, la religiosa terziaria cappuccina Inés Arango o suor Dorothy Stang, che hanno donato la loro vita per la causa dei popoli amazzonici indifesi e per la salvaguardia del territorio. Per questo va sostenuta e incoraggiata l’opera missionaria in Amazzonia; e per questo è stata valutata l’idea di creare un fondo finanziario, sia nazionale che internazionale, per rafforzare la missione nella regione, specialmente per le spese di trasporto e di formazione dei missionari stessi.

Non va dimenticato, comunque, che l’impegno missionario dev’essere portato avanti anche in ottica ecumenica, perché una Chiesa missionaria è anche una Chiesa ecumenica. Tale sfida riguarda anche l’Amazzonia: lontana da ogni tipo di proselitismo o di colonialismo intra-cristiano, l’evangelizzazione è il libero invito a entrare in comunicazione e intraprendere un dialogo vivificante. Un annuncio attraente sarà, dunque, la prova di un ecumenismo credibile.

Altro spunto di riflessione è stato offerto dalla musica, linguaggio comune comprensibile da tutti, che porta a riflettere sulla comunicazione della fede: essa non deve rinnegare la dottrina — hanno spiegato i padri sinodali — ma deve farla comprendere attraverso la sensibilità umana. In tal modo, la buona novella sarà attraente per tutti e potrà andare incontro a quella rinascita del sacro che si vive anche nelle zone più remote dell’Amazzonia.

Riferendosi, poi, alle difficili situazioni pastorali che si vivono nella regione, i padri hanno riflettuto nuovamente sull’Eucaristia, attraverso cui passa la grazia di Dio, e sulla ministerialità diffusa, che cominci anche dalle donne, indiscusse protagoniste quando si tratta di trasmettere il senso radicale della vita. Forse c’è da chiedersi — è stato suggerito — se non è il caso di ripensare il ministero. Molte comunità, infatti, hanno difficoltà a celebrare l’Eucaristia a causa della mancanza di sacerdoti: da qui la proposta di cambiare i criteri per selezionare e preparare i ministri incaricati di amministrare tale sacramento, affinché non sia destinato solo a pochi.

Sempre in questo contesto di riflessione, è stato ricordato che nel corso della storia la Chiesa ha sviluppato pratiche più aperte ai ministeri femminili e ci si è interrogati sulla possibilità di ripristinare figure analoghe, in particolare per il lettorato e l’accolitato. Ci si è soffermati anche sulla facoltà di dispensare dal celibato, così da poter ordinare “ministri” uomini sposati che, sotto la supervisione di un presbitero responsabile, possano esercitare i loro compiti nelle comunità ecclesiali che ne hanno bisogno. Allo stesso tempo, si è suggerita l’istituzione di un fondo per finanziare la formazione dei laici in ambito biblico, teologico e pastorale, in modo tale che possano contribuire sempre meglio all’azione evangelizzatrice della Chiesa. Infine, in questo ambito, è stata richiamata l’importanza delle comunità ecclesiali di base e della vita consacrata, che è profezia e invio verso le frontiere del mondo.

Al termine della congregazione il cardinale Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha informato i padri che è stata completata la composizione della Commissione per l’elaborazione del documento finale con la scelta dei membri di nomina papale (4 anziché i 3 previsti inizialmente, in quanto è entrato a far parte dell’organismo anche il pro-segretario del Sinodo, l’arcivescovo Grech). I padri scelti da Francesco sono il cardinale austriaco Schönborn, l’arcivescovo paraguaiano Valenzuela Mellid, il vescovo argentino Sánchez Sorondo e il salesiano italiano Sala.

Successivamente al quotidiano briefing nella Sala stampa della Santa Sede sono intervenuti i vescovi Rafael Alfonso Escudero López-Brea, prelato di Moyobamba in Perú, ed Eugenio Coter, vicario apostolico di Pando in Bolivia; lo scalabriniano Sidney Dornelas, direttore del Centro de Estudios Migratorios Latinoamericanos (Cemla) in Argentina; e la laica brasiliana Marcia María de Oliveira, esperta in storia della Chiesa in Amazzonia.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE