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Per avvicinarsi a Dio

· ​Evoluzione dello spazio monastico ·

Agli inizi dell’VIII secolo Carlo Martello è l’uomo più potente del regno dei Franchi. Quando decide di visitare il monastero di Lobbes, che di recente era stato ampliato grazie al sostegno di suo padre, Pipino di Heristal, fa precedere il suo arrivo da un gran numero di cuochi, fornai e soldati con il compito di organizzargli una degna accoglienza. L’abate Ermino, però, si rifiuta di andare incontro agli inviati, rimane in preghiera e predice che Dio impedirà a Carlo di visitare il monastero entro l’anno. L’atteggiamento dell’abate riflette la strenua volontà di difendere la scelta dell’isolamento come tratto caratterizzante della vita monastica, che non ammette turbamenti dall’esterno. 

L’abbandono delle cose del mondo, infatti, svolge la funzione di educare il monaco a convivere con l’idea della propria morte e al contempo apre uno spazio privilegiato di prossimità a Dio. L’evoluzione dello spazio monastico tra tarda antichità e alto medioevo è affrontata nel volume di Federico Marazzi, professore di archeologia cristiana e medievale presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, Le città dei monaci. Storia degli spazi che avvicinano a Dio (Milano, Jaca Book, 2015, pagine 416, euro 32). Considerando le fonti scritte, le testimonianze archeologiche e gli insediamenti tutt’ora esistenti, Marazzi segue gli sviluppi del monachesimo cenobitico sin dalla sua apparizione in Oriente nella prima metà del iv secolo. Spesso sotto la guida di un maestro, i monaci si riuniscono in comunità via via più strutturate, che costituiscono tanto un’alternativa alle città dell’epoca, ritenute luoghi di corruzione e di promiscuità, quanto un’anticipazione della vita eterna. Le esperienze vissute in Siria, Egitto e Palestina si diffondono anche nelle regioni occidentali dell’Impero, in cui numerose comunità monastiche sono istituite per volontà dei vescovi nei luoghi meta di pellegrinaggi e altre sorgono per iniziativa di rappresentanti dell’aristocrazia, che mettono a disposizione le loro ville urbane o di campagna.
Con il proliferare delle comunità, tra V e VI secolo si sviluppa in Italia, in Gallia e nella penisola iberica una riflessione sui princìpi etici e sui precetti pratici che devono guidare la vita quotidiana: queste regole testimoniano un primo tentativo di definizione dell’identità in maniera autonoma rispetto ai modelli orientali.
Pur nella diversità dei contesti e delle proposte, nelle circa trenta Regulae pervenuteci emerge il duplice intento di definire le strutture gerarchiche e organizzare i rapporti all’interno e all’esterno del monastero. A governare i delicati equilibri che caratterizzano la vita in comunità è posto un abate, coadiuvato nella sua funzione di guida spirituale dagli anziani.

di Giovanni Cerro

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22 marzo 2019

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