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​Avventure della libertà

· ​Dall'antica Grecia al secolo delle donne ·

«Da cosa bisogna liberarsi per essere finalmente libere e non più oppresse, per diventare cittadine al pari degli uomini?». Come realizzare l’emancipazione e in che cosa consiste veramente? Sono gli interrogativi che hanno accomunato tutte le femministe sin dai loro esordi, da quando cioè nel clima concitato della Rivoluzione francese, due donne nutrite dei suoi ideali, Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, hanno osato affacciarsi alla scena pubblica europea, reclamando i diritti dell’uomo: per la prima volta nella storia, la condizione di sottomissione femminile diveniva con loro una questione “politica”.

Jon Opie, «Mary Wollstonecraft» (1797)

Dal dibattito scaturì, tuttavia, un dilemma irriducibile tra quante rivendicavano la cittadinanza maschile e volevano aderirvi in nome di una società “sessualmente neutra” e quante, come la stessa Wollstonecraft, non intendevano rinunciare alle caratteristiche proprie della donna, proponendosi piuttosto di battersi per il riconoscimento e il rispetto della duplice identità di genere. Proprio intorno a questo dilemma, soprannominato “Wollstonecraft” in onore della sua eroina, ma ancora attuale nella sua essenza, si sviluppa l’analisi svolta da Francesca Izzo nel saggio Le avventure della libertà. Dall’antica Grecia al secolo delle donne (Roma, Carocci Editore, 2016, pagine 161, euro 17), un’affascinante quanto puntuale ricostruzione dell’evolversi del concetto stesso di libertà lungo la storia della filosofia occidentale.
L’idea di libertà nacque nell’Atene del vi secolo prima dell’era cristiana come connotato distintivo di coloro che, tra i soli abitanti maschi adulti, appartenevano alla polis, secondo il significato etimologico della parola eleutherìa, “libertà”, dalla radice indeuropea leudh, “crescita della comunità”. Le donne, invece, come gli schiavi erano indissolubilmente legate all’óikos, la “casa”, la sfera privata e invisibile della società. Ai due sessi erano così associati pregi e limiti tra loro inconciliabili: da una parte il coraggio e la gloria militare del guerriero che sacrificava la propria vita per la polis, acquistando l’immortalità con il suo valore, dall’altra la natura mortale del genere umano e la necessità della riproduzione per garantirne la sopravvivenza, incarnate dal sesso muliebre. La donna, dunque, anziché rappresentare con l’uomo l’umanità “medesima” nella sua duplicità, era posta alla stregua di uno schiavo: come la prima era gravata del peso ineluttabile della “riproduzione” e del dolore del parto, così il secondo era costretto a farsi carico della “produzione” per il sostentamento di tutti, con la fatica e la pena connessi al lavoro fisico.
Non è un caso che Francesca Izzo delinei un parallelo tra il percorso compiuto dal lavoro per superare l’onta della concezione servile e quello compiuto dalle donne per uscire da un’analoga condizione di asservimento: pur avendo il primo anticipato il secondo, i risultati di entrambe le evoluzioni non possono che rispecchiarsi l’uno nell’altro. Con l’ingresso dei lavoratori nella sfera pubblica è cambiato — sottolinea Izzo — l’ideale stesso di libertà con una rivoluzione dell’intero assetto sociale. Ebbene, «qualcosa di analogo e di ancor più radicale perché tocca la radice del genere umano» non può che prodursi con l’accesso all’uguaglianza delle donne. Questa è la tesi fondamentale dell’autrice. Ma quando si è realizzato il primo di questi due processi, qual è la sfida che, invece, spetta ancora alle donne?
Il lavoro assunse uno statuto diverso tra Sei e Settecento, distaccandosi dalla posizione infima di semplice strumento per la sussistenza. La svolta avvenne soprattutto grazie alla filosofia di Giambattista Vico, la cui massima, verum ipsum factum, identificò il criterio di verità con ciò che l’uomo era in grado di produrre, di creare da sé. La ragione, l’attributo più nobile dell’individuo, venne sempre più a coincidere con la creazione e con la tecnica. Ne derivò il riscatto del lavoro come caratteristica umana precipua, come ciò di cui si dispone potenzialmente fin dalla nascita, in quanto «forza lavoro», diritto «inalienabile e intangibile». Nel corso del Settecento gli stessi lavoratori, in un’economia in rapida espansione e sempre più orientata al libero scambio, acquisirono progressivamente coscienza dell’importanza del proprio ruolo per la crescita delle nazioni, rivendicando il pubblico riconoscimento dei propri diritti. La società fu sconvolta nel suo impianto tradizionale. Il diritto di voto fu esteso a tutti i cittadini maschi e nacque la moderna democrazia rappresentativa.
Anche l’idea di libertà subì un cambiamento profondo, come spiegò con estrema chiarezza Benjamin Constant nel 1819. L’uomo libero della democratica Atene del v secolo era colui che partecipava direttamente al potere politico, inteso come dominio assoluto sulla vita della collettività, mentre nel mondo moderno contava molto di più la libertà del singolo che la esercitava in una serie di campi diversi (libertà di voto, di pensiero, di religione, di proprietà e così via).
Ora, per le donne si apre una prospettiva altrettanto affascinante di quella dischiusa ai suoi tempi per i lavoratori. Il cammino di “autoriflessione” che anch’esse hanno compiuto per il raggiungimento dei diritti civili e politici porta con sé un nuovo necessario mutamento dei concetti di «corpo, eticità e libertà». Dopo che il lavoro si è liberato dalla sua originaria visione degradante acquistando il valore di condizione essenziale della libertà umana, anche l’identità femminile può finalmente essere «riconosciuta ed elevata alla libertà». Izzo prende una posizione netta a favore della teoria della differenza di genere all’interno del suddetto “dilemma Wollstonecraft”, difendendo l’identità legata al sesso come costitutiva dell’essere umano. 

di Valentina Giannacco

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18 ottobre 2018

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