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Avemaria africana

Saranno venticinque studenti universitari di Abuja, presenti nell’aula Paolo VI, i primi a testimoniare al popolo della Nigeria il dolore di Papa Francesco per la strage avvenuta domenica in una chiesa a Ozubulu. Profondamente commossi dall’appello del Pontefice, ora rilanceranno le sue parole di speranza perché «cessi ogni forma di odio e di violenza e non si ripetano più crimini così vergognosi» accompagnandole, come ha fatto Francesco, con le parole dell’Avemaria, anche per le vittime delle violenze nella Repubblica Centrafricana. «I nostri studi vanno proprio in direzione opposta a ogni violenza — spiegano i giovani dell'università cattolica Veritas — perché cercano di applicare i valori cristiani alla vita sociale, ed economica della nostra Nigeria».

Per parlare a Francesco del loro impegno «in prima linea» nei punti caldi del mondo, hanno preso parte all’udienza le quaranta missionarie clarettiane a Roma per il capitolo generale. Guidate dalla superiora suor María Soledad Galerón Gutierréz, le religiose non dimenticano di essere parte di una congregazione fondata a Cuba «per l’educazione dei giovani»: oggi continuano a dar vita a un apostolato senza timore di affrontare con il dialogo le questioni più complesse. Uno stile, quello di non tirarsi indietro di fronte a sfide «impossibili», che scandisce anche la quotidianità dei genitori che hanno scelto di accogliere i loro figli nonostante fossero stati informati di gravissime disabilità. A presentare al Pontefice alcune di queste storie è stata Elisabetta, mamma del «piccolo guerriero Francesco», come lo chiama affettuosamente insieme al marito Doriano. «Francesco, un nome scelto certo non a caso, ha lottato con tutte le sue forze per poter vivere» racconta la coppia che vive a Recanati. «Al quinto mese di gravidanza i medici hanno evidenziato una gravissima patologia cerebrale, con la prospettiva che sarebbe morto prima di nascere o appena venuto alla luce, o sarebbe vissuto quasi come un vegetale». Nonostante «avessimo tutti contro per spaventarci — confidano Elisabetta e Doriano — non ce la siamo sentita di abortire: non era un problema da togliere ma un figlio». Oggi «troppi bambini vengono scartati ogni giorno — denuncia Elisabetta — cestinati come oggetti appena viene diagnosticato un problema, persino banale».

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19 ottobre 2019

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