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Avamposto di profezia

· La conferenza del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ·

Trovandosi «quasi tutte in territori ad alta tensione geopolitica», le Chiese cattoliche orientali «sono un vero e proprio avamposto di profezia»: se ne è detto convinto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, intervenendo venerdì 13 settembre, alla Conferenza del Ccee.

Invitato ad approfondire il tema ecumenico dei lavori “tra pastorale e diplomazia”, il porporato ha evidenziato come dal Medio oriente all’Est europeo, fino all’India, le Chiese orientali cattoliche «insieme ai fratelli di altre confessioni» siano «presenti dove oggi si registrano situazioni di conflitto e rischi per l’incolumità dei cristiani». Molte di esse, ha osservato, «hanno la loro maggioranza di fedeli in diaspora, e soprattutto per le Chiese mediorientali più antiche e venerande ma con numero esiguo di membri, si presentano molte difficoltà nei territori dove si trovano a vivere per custodire e alimentare la loro identità culturale e religiosa».

Inoltre, ha proseguito il cardinale Parolin nella disamina, i loro fedeli «fanno parte del contingente di rifugiati, sradicati dalle loro terre d’origine». Mentre altre, «come quella ucraina, si trovano in contesti di guerra o sono coinvolte, loro malgrado, in scelte riguardanti altre Chiese della quali condividono la nazionalità».

Un secondo elemento indicato dal relatore è la storia di queste Chiese, che in molti casi, come per quelle di origine slava, costituisce una «luminosa testimonianza suprema del martirio». Infine, terzo elemento citato, la «loro natura», che consiste nell’essere «terre di mezzo, di incontro, con le Chiese ortodosse», il che le rende indispensabili «per indicare le giuste coordinate per un proficuo dialogo ecumenico».

E queste considerazioni valgono tanto per l’oriente ortodosso quanto per il mondo islamico nel Medio oriente, dove «l’esperienza delle Chiese che vi convivono da quattordici secoli — ha detto in riferimento a quest’ultima realtà — è un servizio che va al di là di ogni irenismo irresponsabile ma che cerca, come sempre dovrebbe essere, la realtà come terreno di partenza». Lungi dunque dal considerarsi esaurito, ha concluso, «il ruolo delle Chiese cattoliche orientali prende i connotati di un ministero profetico per l’ora e il tempo che il Signore ci sta donando di vivere».

La relazione del segretario di Stato aveva preso spunto dalla considerazione che a prima vista «diplomazia e impegno ecumenico possono sembrare due mondi distanti», mentre invece «si trovano a condividere uno spazio molto ampio». Infatti, ha spiegato, «la diplomazia della Chiesa è un servizio a ogni uomo e donna creati a immagine di Dio» e, sulla stessa linea, percorrere il cammino dell’ecumenismo «significa adoperarsi per riportare la pace dove regna la discordia» e «considerare il perdono come unica medicina», senza dimenticare che «nel cristiano mai la carità si incontra senza la verità».

Da tali premesse, il cardinale Parolin ha illustrato gli elementi comuni a diplomazia ed ecumenismo, partendo dalla “comunanza di metodo”, che è sintetizzabile in una sola parola: “dialogo”. Senza però, ha chiarito, «utilizzare la religione come esca o pretesto per raggiungere fini politici» attraverso un «uso spudorato dell’arte della diplomazia», che è invece “arte della speranza” e «presuppone una comune volontà di incontrarsi sul piano della verità nella carità; altrimenti tutto si riduce ad uso distorto della parola con cui tendo a piegare la volontà dell’altro al fantasma di verosimiglianza che gli agito davanti».

Dopo aver rimarcato la somiglianza di scopi e di metodo il porporato ha individuato anche una virtù comune a entrambi i cammini: la pazienza. E in proposito ha rilanciato la descrizione che ne fa Cesare Ripa nella sua celebre Iconologia: «Con il volto di una donna dall’età matura, le mani che mostrano la sofferenza che sta vivendo, seduta su un masso con i piedi sulle spine e un giogo sulle spalle», definendola «una buona descrizione di come molte volte ci si trovi nella diplomazia e nel dialogo ecumenico! Ci sono molte spine — ha affermato — che feriscono i tentativi di dialogo, molti pesi sulle spalle che devono essere sopportati perché si possano ottenere risultati duraturi». In tal modo la pazienza nutre il dialogo di speranza sia in campo ecumenico sia diplomatico, come testimoniano i Papi che si sono rivestiti «della tunica del martirio della pazienza»: basti pensare al viaggio di Giovanni Paolo II nella Sarajevo devastata dal conflitto balcanico o due iniziative di Papa Francesco: la Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria, in Medio oriente e nel mondo intero, del 7 settembre 2013, e l’incontro con il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill, il 12 febbraio 2016 all’Avana.

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