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Quel patto
tra popolo e sovrano

· Autorità e consenso nell’occidente medievale ·

«Manegoldo di Lautenbach presenta la sua opera all’arcivescovo Gebhard de Salzbourg» (tratto dal «Liber ad Gebehardum», xii secolo)

Autorità e consenso sono due concetti fondamentali del vocabolario filosofico-politico dell’Occidente medievale. Il primo, elaborato nella Roma repubblicana e sviluppato durante il principato, giunge al medioevo attraverso la mediazione, da una parte, del diritto giustinianeo, dall’altra, degli scritti dei Padri della Chiesa, in particolare di Agostino. Nel 494 la lettera inviata da Papa Gelasio i all’imperatore bizantino Anastasio sanziona la distinzione tra la potestas che spetta all’imperatore e l’auctoritas, riconosciuta invece ai vescovi. Se già Gelasio era consapevole che non si dà autorità o potestà senza legittimazione pubblica, alla fine del secolo xi Manegoldo di Lautenbach nel Liber ad Gebehardum parlerà di una sorta di “patto” tra il popolo e il sovrano, che quest’ultimo è vincolato a rispettare, pena la possibilità di decadere. Un volume, recentemente curato da Maria Pia Alberzoni e Roberto Lambertini e frutto di un convegno internazionale tenuto all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2015, si propone di indagare non solo le teorie politiche che stanno alla base dell’autorità e del consenso, ma anche il loro concreto dispiegarsi nelle strutture sociali e istituzionali dell’età di mezzo ( Autorità e consenso. Regnum e monarchia nell’Europa medievale, Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 406, euro 35). Specialisti italiani, inglesi e tedeschi si confrontano su una vasta gamma di temi che riguardano sia l’alto sia il basso medioevo: dalla concezione del potere dei re longobardi al rapporto tra aristocrazia e sovrano nei franchi, dallo stato della Chiesa come modello per gli stati nazionali moderni alla riflessione politica dei canonisti della seconda metà del Trecento. È ovviamente impossibile rendere conto della complessità del volume e delle quattro corpose sezioni che lo compongono, ma vale la pena di soffermarsi su almeno due episodi, legati al tumultuoso periodo che seguì la morte di Federico ii.
Tra il 1270 e il 1284 il chierico Andrea Ungaro ricostruì nella Descripcio victorie Beneventi le vicende che avevano condotto Carlo d’Angiò alla conquista del Regno di Sicilia contro il suo nemico Manfredi, figlio di Federico. L’opera si basa sulla contrapposizione tra le due figure, allo scopo di far emergere le caratteristiche che rendono Carlo più adatto a regnare di Manfredi. L’autore invoca anzitutto una ragione genealogica e dinastica: mentre Carlo è fratello del re di Francia Luigi IX e discendente in linea diretta di Carlo Magno, benefattore della Chiesa, Manfredi appartiene alla dinastia sveva, di cui ha ereditato i peggiori difetti, amplificandoli. La differenza tra Carlo e Manfredi è evidente anche nei discorsi che, secondo la ricostruzione di Andrea Ungaro, i due rivolgono alle truppe in occasione della battaglia decisiva che si svolse a Benevento nel febbraio 1266. Di fronte ai soldati Manfredi si dice profondamente turbato perché stando ai pronostici astrologici spetterà proprio a lui conquistare e distruggere la città che si è sempre dimostrata leale nei suoi confronti. Non nasconde inoltre ai suoi uomini l’amaro destino che li attende in caso di sconfitta, finendo coll’indurre in loro uno stato di afflizione, che li costringe al silenzio. Opposto è l’atteggiamento di Carlo, che prima dello scontro si comporta da buon cristiano: si confessa, riceve l’eucarestia ed è convinto che Dio non possa abbandonare coloro che sperano in lui. Nel suo intervento non c’è spazio per timori o tentennamenti, tanto che la richiesta di alcuni soldati di rimandare il combattimento perché provati dalla stanchezza e dalla fame viene respinta in modo deciso. L’esercito, galvanizzato dal comandante, risponde alle sue parole con un: «Amen, Amen». Così, laddove Manfredi si mostra incline alla superstizione, debole e incerto, Carlo è saldo nella sua fede e fermo nelle risoluzioni prese. La sua saggezza, la sua forza e la sua audacia sono qualità che lo rendono un sovrano degno di svolgere adeguatamente il suo ufficium.
L’età postfedericiana coincide anche con l’emergere di forme inedite di consenso e di partecipazione all’esercizio del potere, come dimostra il caso imperiale. Da un lato, i documenti prodotti dalla cancelleria continuano a rappresentare il sovrano richiamandosi in modo esplicito ai modelli dell’assolutismo monarchico della Roma antica e servendosi ancora dell’espressione plenitudo potestatis. Tuttavia, è probabile che si tratti soprattutto di strategie retoriche e discorsive perché nella realtà politica e istituzionale il consenso dei principi è attestato ad almeno tre livelli diversi. In primo luogo, nel ricorso a un linguaggio metaforico, attraverso il quale i principi vengono definiti «fondamenta» ( bases) e «colonne» ( columnae) dell’impero, poiché con il loro consiglio e il loro sostegno sorreggono il sovrano nelle sue azioni di governo. L’unità dell’impero si fonda sull’integrità del corpus di cui l’imperatore costituisce il «capo» e i principi le «membra». Curiosamente, nello stesso periodo, le metafore delle fondamenta e delle colonne ricorrono con insistenza anche nella definizione del collegio cardinalizio e del suo ruolo nei confronti del pontefice. In secondo luogo, la partecipazione al potere dei principi si definisce nella prassi, attraverso la manifestazione in forma scritta del loro assenso alle infeudazioni, alla regolazione dei rapporti con la Chiesa e alla sanzione delle paci territoriali. Infine, si manifesta sul piano procedurale attraverso il diritto a esprimere il loro giudizio sull’idoneità al governo del candidato. Il processo di deposizione di Adolfo di Nassau nel 1298, durante il quale i principi assumono il ruolo di giudici investiti dalla divina provvidenza di difendere la giustizia e l’equità e di proteggere vedove e orfani, ne è un esempio emblematico. Tutto ciò conferma la natura per così dire concorrenziale e partecipata del potere imperiale, rafforzando l’immagine di quella che gli storici tedeschi definiscono konsensuale Herrschaft. L’aspirazione dell’aristocrazia a condividere il governo non si presenta allora come un potenziale fattore di indebolimento dell’autorità centrale, ma secondo questa lettura rappresenta uno strumento per superare la crisi dinastica dell’impero. Sarà proprio la possibilità di un allargamento nella gestione del potere a costituire uno dei grandi interrogativi che si troverà ad affrontare la filosofia politica moderna.

di Giovanni Cerro

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14 ottobre 2019

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