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Autore d’acciaio
e uomo pacifico

· Il racconto della visita a Jacques Maritain ·

Riproponiamo il racconto della visita di Jean Guitton a Jacques Maritain pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 12 maggio 1973.

Paolo VI e Jacques Maritain

Io non appartengo alla famiglia intellettuale di Jacques Maritain, essendo più vicino a Bergson che a San Tommaso d’Aquino. Tuttavia, a Tolosa, per una intera giornata io potei parlare da solo con lui. Ed è cosa buona vedere un uomo una sola volta. Io dunque trascorsi una giornata invernale nella sua cella monastica, ove egli stava terminando la sua vita immerso nella contemplazione, e di colpo conobbi il vero Maritain, fuori delle convenzioni del mondo, in ciò che egli aveva di più segreto e di più intimo. Era un uomo essenzialmente spirituale, tanto dolce e tenero nel conversare quanto fermo e inflessibile nello scrivere. Vi sono grandi differenze tra un autore così come viene immaginato dopo averlo letto e il vero uomo, proprio come è. Chi sa che cosa penseremmo di San Tommaso d’Aquino dopo averlo visto e come potremmo conciliare il monaco robusto, lento e corpulento che era l’uomo Tommaso con il suo stile elegante, slanciato e sgombro, come i marmi di Michelangelo, d’ogni superfluità! E per me è sempre un eccellente esercizio paragonare con la realtà l’idea anteriore che mi faccio di un uomo ancora sconosciuto (o di una città, d’un passaggio, d’un oggetto).

Nei riguardi di Maritain il contrasto era estremo. Io l’avevo spesso letto ed ero rimasto colpito, e a volte irritato, da quel suo tono implacabile e da quel suo stile duro — specialmente nei suoi primi libri. Questo autore, mi dicevo, è fatto di acciaio e di diamante; e ricordavo che Jean Cocteau aveva detto: «è un pesce che vive nelle grandi profondità e lancia scariche elettriche». Altri mi avevano detto: «È un inquisitore». Ora io vedevo un agnello pacifico e dolcissimo: dolce il viso, dolce nella voce un po’ fievole — voce ferma e decisa senza dubbio, ma tenera e anche festosa, e non senza talvolta un briciolo di humour.

Il contrasto tra questa inflessibilità e questa soavità mi faceva comprendere la seduzione che egli ha esercitato su tanti di coloro che l’hanno frequentato, poiché lo spirito umano ama la certezza e la tenerezza, ma raramente le trova unite.

Io mi sentivo per temperamento quanto mai diverso da lui; nella casa del Padre, io abitavo in un’altra parte, in un’altra dimora; ma nel vederlo nel suo umile eremitaggio, quel mattino d’inverno per la prima e unica volta, io capivo perché egli era stato amato da così tanti spiriti di questo secolo, da Bergson, fino a Jean Cocteau passando per Péguy, Psichari, Massis, Léon Bloy, Stanislas Fumet, Etienne Borne, Olivier Lacombe: tanti convertiti, tanti mistici, tanti artisti. Come Léon Bloy, suo padrino, egli era in qualche modo un «pellegrino dell’assoluto», uno spirito appassionatamente invaghito del pane dei forti che è la Verità; ma la verità cristallina, scoscesa, totale, senza inutili sfumature: Bossuet piuttosto che Fénelon! Questa verità egli aveva creduto di poterla cogliere dapprima nel positivismo ateo, poi nella dottrina di Charles Maurras, quindi nella democrazia: ma infine egli riposò nella pienezza cattolica, ove ritrovò sotto forma di verità finalmente riconciliate nel seno dell’Unità ciò che egli aveva fortemente amato, sotto forma, però, di errori distinti, contrari, inconciliabili.

Lo vedevo nel crepuscolo ammirabile, quando i colori giocano insieme intorno al sole occiduo, al sole che discende in una gloria di luce, nell’ora dei Discepoli di Emmaus e della frazione del Pane. La stanza ove egli mi riceveva era piccolissima: conteneva, a mala pena, il letto. Eravamo nel cuore dell’inverno; avevano dovuto aprirmi un varco nell’ovatta della neve; la casupola era coperta di questo mantello immacolato. Passò un fratello e lasciò una gavetta: il suo rancio.

Nell’ascoltarlo, mentre mi raccontava la sua intera vita, io capivo che egli aveva sempre cercato appassionatamente l’Assoluto dello Spirito, la Verità pura se avesse creduto d’incontrarla oppure a distruggere se stesso, con feroce coraggio, se avesse disperato di trovarla. Fu allora che egli mi raccontò questo episodio straordinario della sua vita (egli sapeva che io ero amico di Bergson e il suo erede cattolico. E contro Bergson egli in passato aveva scritto un libro folgorante del quale oggi si rammaricava un poco). Egli dunque mi disse che, al tempo in cui era ateo e disperato, aveva deciso di suicidarsi entro l’anno, insieme alla sua giovane sposa, perché non poteva accettare il niente futuro e l’assurdità della vita. Il suicidio gli sembrava la sola cosa ragionevole (penso che il povero Montherland la pensasse alla stessa maniera). Ma poi era andato ad ascoltare Bergson al Collège de France. E mi disse che alcune parole di Bergson, che avevano il senso dello spirituale, gli avevano subitamente aperto lo spirito, l’avevano liberato dalla tentazione del suicidio e avevano permesso, a Raïssa e a lui, di accettare la vita e trovare la loro strada.

È proprio triste per me e per tutti i cristiani, e indubbiamente anche per molti non cristiani, vedere scomparire, con Jacques Maritain, il solo testimone, che ancora rimaneva nel nostro secolo, di un’epoca così grande per lo spirito. Egli aveva attirato intorno a sé, si potrebbe dire proprio perché era «dolce e umile di cuore», molto amore assoluto, molte di quelle che sua moglie chiamava «le grandi amicizie».

Per 12 anni egli ha vissuto ritirato dal mondo presso i Piccoli Fratelli a Tolosa; e quello fu un grande esempio, una testimonianza spirituale. Mentre avrebbe potuto, dopo la morte di Raïssa, finire la sua vita a Parigi nel rispetto generale e fra i più grandi onori, egli pensò che era meglio ritirarsi completamente dal mondo e vivere secondo l’esempio del Padre de Foucauld in mezzo ai Piccoli Fratelli come in un deserto. Tale era in realtà il convento di Tolosa: una piccola Tamanrasset. Egli però, pur vivendo in quell’eremitaggio, era intimamente presente alla nostra epoca: egli si preoccupava come «un contadino della Garonna» delle possibili conseguenze del Concilio che pure aveva tanto desiderato. Quanto a me, in quella cella, dove egli stava terminando la sua stagione terrestre, ero commosso nel contemplare questo contemplativo solitario in mezzo al mondo, sepolto in un silenzio volontario, e che voleva finire i suoi giorni da monaco. Egli offriva, nei suoi ultimi anni, la sua vita e il suo pensiero in olocausto facendo ciò che la Sacra Scrittura, che egli aveva tanto studiato, chiama il sacrificio vespertino. Ed è così che bisognerebbe fare: mettere uno spazio di contemplazione tra l’azione umana e la morte. Riassumere se stessi, consumarsi, unificarsi, attendere.

Verso la fine la conversazione si era un po’ spostata: direi che dal Vero era passata al Bello, che ne è lo splendore o l’annuncio.

Io sapevo che Jacques Maritain aveva conosciuto e frequentato molto i pittori e i poeti del suo tempo e che nella sua opera Art et scolastique aveva dato uno statuto antico all’arte moderna: attraverso i suoi ardimenti nel campo dell’estetica egli compensava il suo rigore, il suo spirito spesso ristretto in filosofia dogmatica. Egli aveva pubblicato, nel 1966, un bellissimo libro, poco conosciuto: L’intuition créatrice dans l’art et dans la poésie. Ed era una cosa paradossale sentir parlare di pittura moderna in quella cella spoglia, senza immagini, buia, lontana da tutti i musei — quei musei di pittura che egli non avrebbe mai più visitato. Ma le visioni interiori, per coloro che amano appassionatamente le arti plastiche, sono come una musica suonata in sordina dagli angeli. Ricordo che si parlò di Picasso. Maritain si interessava a Picasso: lo aveva citato tredici volte nel suo libro. Egli pensava che la pittura moderna fa una esperienza a rovescio, che essa è una lotta di Giacobbe con l’Angelo, che essa uscirà dalla sua lunga agonia facendo allora risplendere la presenza di Dio. «Soltanto l’amore e la fede, gli diceva Cocteau, ci permetteranno d’uscire da noi stessi». Ritornando a Picasso, morto poco prima di lui, Maritain mi disse: «Picasso dispera. Attenzione: Picasso dispera del mondo presente, del mondo dei contemporanei: e i disegni di Picasso, sfigurati e amari, sono forse il modo con cui ci vedono gli Angeli: noi, tanto deformati!».

Rammento il consiglio che mi diede: «Voi dovreste scrivere più spesso sui giornali! Perché siete fatto per raccontare, per far comprendere. Io no. Io espongo; che mi si capisca o no. Vi sono molte e diverse dimore. E non potreste in proposito inviare qualche articolo di più a “L’Osservatore Romano”?».

di Jean Guitton

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