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Storie
della Roma occupata

· Dall’archivio Nogara un’inedita testimonianza femminile sui tragici mesi del 1943 e 1944 ·

Non mancano le testimonianze femminili sui tragici mesi del 1943 e 1944, quando Roma conobbe la durissima occupazione tedesca, le lotte fratricide e le persecuzioni contro antifascisti ed ebrei. Ma spesso queste testimonianze appaiono inquinate o da un eccesso di passione politica di parte, oppure da un certo non so che di frivolo, come se in fondo quel difficile periodo non fosse stato che una variazione nella monotona vita di ambienti privilegiati. Raramente si sente in queste testimonianze un’autentica partecipazione ai dolori della città e della gente comune.

Pio XII a San Lorenzo dopo il secondo bombardamento di Roma (agosto 1943)

Nell’archivio della famiglia Nogara (a.f.n. Archivio dichiarato di interesse nazionale) esiste una copiosa corrispondenza tra Ester Martelli residente nella Città del Vaticano in quanto consorte di Bernardino Nogara, in quegli anni delegato all’Amministrazione speciale della Santa Sede, e la figlia Antonietta Osio Nogara, sfollata da Milano a Bellano sul lago di Como e seriamente impegnata nella Resistenza (arrestata e condannata a morte l’8 agosto 1944 venne miracolosamente liberata due ore prima dell’esecuzione). La corrispondenza, intensa e commovente, meriterebbe di essere pubblicata integralmente; ci darebbe un autentico spaccato di vita cristiana e patriottica, frutto di una lunga tradizione cattolica tipicamente milanese.
Ma chi era Ester Martelli Nogara? Nata a Milano il 9 maggio 1875 da genitori esemplari in seno ad un’antica famiglia. Era cresciuta in un ambiente fortemente cattolico, non bigotto ma sensibile all’evolversi dei tempi, grazie anche ai personaggi che frequentavano la sua famiglia. Nipote di Cesare Cantù, Ester aveva imparato a scrivere a cinque anni sulle sue ginocchia; aveva poi ricevuto lezioni private di letteratura italiana dallo scrittore Emilio de Marchi dal quale, certamente, aveva appreso a scrivere in maniera elegante e ricca di sentimenti nobili e generosi. Aveva conosciuto e frequentato illustri personaggi come monsignor Geremia Bonomelli, il grande vescovo di Cremona, come il beato Contardo Ferrini (suo compagno di giochi), le scrittrici cattoliche Luisa Anzoletti e Antonietta Giacomelli, Antonio Fogazzaro e tanti altri. A fianco del consorte, Ester aveva poi soggiornato a lungo all’estero: in Gran Bretagna, in Grecia e Bulgaria, a Costantinopoli, a Berlino, prima di approdare in Vaticano nel 1930 nel grande appartamento al Palazzo del Governatorato, messo a loro disposizione dal Pontefice Pio XI.
Ma veniamo alle lettere che ragioni di spazio ci costringono a riportare solo in brevi frammenti. Nel luglio 1943 la situazione politica a Roma stava precipitando. Il 20 luglio venne bombardato il quartiere di San Lorenzo. Così Ester raccontò quella tragica giornata: «Il mio tormento in questi giorni è di non riuscire a darvi nostre notizie: telefono, telegrafo, poste non funzionano. Papà — Bernardino Nogara — vi ha mandato un telegramma: sarà arrivato?... Per rendermi conto del bombardamento ho dovuto andare sulla terrazza del Governatorato e così vedere gli incendi e le vampate di fumo ad ogni scoppio di bomba... il crollo della basilica di San Lorenzo è stato penoso, ma doloroso è tutto il resto; quasi tutta la città è senz’acqua perché rotte le condutture; è piena di sinistrati senza più case, quando anche non sono senza moglie senza bambini, senza mamma. Hanno colpito tutti gli obbiettivi che volevano, tutti ma hanno allargato troppo la cerchia e la città ospedaliera e universitaria non doveva essere toccata ...si continuano a raccontare scene strazianti della zona Tiburtina - San Lorenzo, e dell’ardore con cui molti lavorano a dissotterrare, a confortare, ad assistere sinistrati. Ed io sono avvilita: sento di essere diventata vecchia ed egoista facendo questa vita così lontana da tutto e da tutti, in certi momenti sono proprio arrabbiata con me stessa».
Pochi giorni dopo arriva il 25 luglio: «Viviamo in grande trepidazione, l’esultanza di quella giornata è arrivata che ancora troppo si soffriva per quel disastro di pochi giorni prima (il bombardamento di San Lorenzo) ed è stata seguita subito dall’incognita che ci si prepara. Papà appena in serata ci viene telefonata la notizia e contemporaneamente ci giungeva all’orecchio la gazzarra della strada, esclamò: che grave situazione! E non si dormì più quella notte. Papà trema per quei 500.000 soldati nostri che abbiamo sparsi sui diversi fronti, trema per tutto quello che può succedere al nostro Paese che deve subirne le conseguenze, malgrado la riscossa. La rovina a cui siamo stati trascinati forse non si può arginare».
Le previsioni sull’avvenire sono sempre più nere: infatti così scriveva Bernardino Nogara il 23 agosto: «Qui se non temiamo ruine di fabbricati e di immobili non siamo senza apprensioni per avvenimenti di una portata interna enorme. Il serpe non è stato schiacciato come si doveva e si allea agli stranieri per rivivere... non siamo liberi da possibili sorprese con ripercussione temuta e gravissima per il nostro Stato che potrebbe diventare preda degli ss che accampano non lungi».
E ancora il 4 settembre, prima della catastrofe: «La situazione anfibia a quanto pare precipita verso una soluzione deprecata, il paese essendo inondato da forze non nostre alle quali l’opposizione diplomatica non è servita e non serve a nulla, poiché questa non può appoggiarsi sulle armi. Dobbiamo subire la sorte della Norvegia, dell’Olanda, del Belgio e della Danimarca, cioè l’occupazione e il ritorno al potere dei fascisti fino a che saremo liberati».
Il 5 novembre sera vennero gettate tre bombe aeree sul Vaticano; una bomba cadde proprio nei pressi del Palazzo del Governatorato provocando gravissimi danni all’appartamento dove vivevano i Nogara. Su questo ancor oggi misterioso avvenimento si è scritto sull’Osservatore Romano del 3 febbraio 2017.
L’occupazione tedesca di Roma si faceva sempre più pesante: così scrive Ester il 24 novembre 1943: «I giovani qui resistono ancora... tutti credono di trovare la salvezza nella Guardia Palatina e cercano di arruolarvisi. L’armata del Vaticano si ingrossa sempre più e davvero non sanno più dove collocare tanto esercito: lo spargono in giardino, nei cortili, in San Pietro, a 2 a 2, a 4 a 4. Sono per lo più giovinetti... la città è piena di tedeschi e l’altra mattina mi è venuta una tale frenesia che zia Elisa (Osio), con la quale ero, ha dovuto prendermi le mani. Lunedì sera c’è stato un forte bombardamento fuori Roma, con analoga illuminazione di lampioncini: i vetri di casa nostra tremavano fortemente: non ti nego che scottati come fummo tremammo un poco anche noi (24 novembre 1943)».
Il Natale 1943 fu assai triste: «Noi siamo stati tranquilli, soli soletti. Siamo andati alla Messa di mezzanotte nella cappella del nostro palazzo; e sono stata contenta di esserci andata perché sono state due ore di molto, vero raccoglimento... Siamo completamente al freddo (5 gradi) e ci lasceranno al freddo perché così è il volere del Santo Padre, che vuole si faccia anche noi qualche sacrificio. Non riscalda che i diplomatici, come ospiti suoi. Noi non abbiamo la possibilità di mettere nemmeno stufetta elettrica: pazienza! Io non arrivo mai ad andare un po’ in giardino: tutta sola non è bello, perché si incontrano tutti i diplomatici qui rifugiati e mi fanno un po’ rabbia perché se ne infischiano del rispetto che dovrebbero avere per questo posto che li ospita. Gironzolano in su e in giù in macchina, proprio per consumare il loro quantitativo quando manca benzina... gridano e fanno giochi smodati (28 dicembre 1943)».
Lo sbarco anglo-americano ad Anzio (22 gennaio 1944) fece temere un’imminente occupazione di Roma, con la separazione definitiva dal resto della famiglia che viveva nell’Italia del Nord. Donde una lettera straziante di Ester alla figlia del 24 gennaio che si concludeva così: «Ci rivedremo: faremo di tutto per star bene e offriamo a Dio anche questo grosso sacrificio della lontananza per il bene della nostra Patria: Dio faccia che, rivedendoci, la nostra terra sia risanata (24 gennaio 1944)».
Ma la liberazione di Roma sembra sempre più un miraggio che si allontana: «La tragedia attuale è tremenda anche qui. La Madonna del Divino Amore è stata trasportata a Roma e per tre giorni è stata messa in una chiesa grande (S. Ignazio) e mi dicono che il pianto delle mamme che implorano grazie è straziante... ci vado ogni tanto anch’io e come ha protetto il nostro Josy (figlio di Ester militare in Russia), ora prego che protegga noi e voi (20 gennaio 1944)».
E ancora così scriveva il 2 marzo 1944: «Qui tutto è invaso e lungo le strade non odo che bestemmie: perciò esco il meno possibile. Quando poi in filobus senti alcune impellicciate strepitare con un: “anche questi maledetti sfollati che riempiono la città!” allora il malessere diventa una vera sofferenza perché oltre la prepotenza tedesca c’è anche l’incomprensione, l’egoismo, la cattiveria tra fratelli e fratelli. È il vero caos. Sì, Dio ci punisce perché siamo cattivi; no, no, non siamo ancora degni della sua misericordia... e qui hai il doloroso spettacolo di teatri e cinema, pieni di mangioni ingordi mentre le case crollano, le persone muoiono. Come può cessare il flagello?».
E ancora il 13 marzo: «Qui mi dicono che molti, moltissimi anzi si sono presentati (per il servizio militare nelle file della repubblica di Salò): la Resistenza meridionale è molto fiacca in paragone, anche perché non sostenuto moralmente e materialmente come si fa in su. Devono pur mangiare questi figli di famiglie poverissime e abbandonate, e il loro ideale crolla miseramente. Stamane nel mio giro fra i poveri ho pianto con questi ragazzi e con la loro mamma. Mi ricordavo la massima di Don Bosco: “prima satolla e poi predica”. Ma le scorte finiscono e tutto si riduce a parole che non bastano pei diciotto anni o per padri di famiglia di 4 o 5 bambini. Intanto mi hanno fucilato una mia povera che era andata a protestare davanti a una caserma perché le avevano portato via il marito e il figlio (qui si allude verosimilmente all’episodio che verrà poi narrato nella pellicola Roma città aperta). Le mie povere vanno, vanno, vanno anche sotto le mitraglie a racimolare un po’ di roba da mangiare, un po’ per loro e un po’ per borsa nera. Vanno verso Viterbo: sembra sia una fonte inesauribile».
Ai primi di gennaio Bernardino Nogara, allora vice-presidente della Società Generale Immobiliare, organizzò la distribuzione di 50.000 piatti di minestra al giorno presso venti parrocchie romane. Una ventina di camion gasogeno della Società Generale Immobiliare ma inalberanti la bandiera vaticana sul cofano partivano di notte, a fari spenti, verso la Toscana e l’Umbria per acquistare alimenti per le mense popolari. Alimenti che poi venivano spartiti col Circolo di San Pietro. Qualche volta gli automezzi vennero mitragliati dagli aerei anglo-americani e vi furono anche dei morti. Così Ester Nogara il 27 marzo 1944 racconta: «Ho le giornate piene perché mi sono lasciata mettere in quello che viene chiamato Segretariato della Carità, organizzazione per l’assistenza agli sfollati e sinistrati del nostro quartiere (la parrocchia di S. Maria alle Fornaci) e mi hanno affibbiato le visite alle madri nubili della nostra zona. La Società Immobiliare ha organizzato delle cucine per la distribuzione delle minestre ai poveri. Ne ha messa una anche nel nostro quartiere: mi sono offerta di aiutare. La minestra è buonissima, di aspetto e profumo: speriamo la si possa fornire per molto tempo e non la si debba sospendere per mancanza di ingredienti. Tutto dipende dai tedeschi, che lascino passare i camion invece di mitragliarli come spesso fanno. Ci sono state ore tragiche in una traversale di via Quattro Fontane con la relativa conseguenza delle punizioni a troppi innocenti (allude all’attentato di via Rasella)».
Ester si angoscia per i figli lontani, in special modo per Antonietta che sa essere impegnata nella Resistenza, pur non conoscendone i dettagli. Così scriveva il 14 maggio 1944: «Quanto ti segua col pensiero nelle tue trepidazioni non occorre te lo dica... so che devi aver passato dei giorni ben tristi. Puoi capire quanto ancor più mi pesi la lontananza... ho tanta nostalgia di voi tutti... e stamattina, mentre distribuivo le minestre ai poveri, ho piantato un momento suore e pentole per accarezzare un bambino biondo e bianco che aveva tutto lo sguardo del tuo Bernardino, ma talmente uguale che mi fece battere il cuore: chissà se verrà anche domani! C’è anche un giovinetto lungo lungo che mi fa pensare al tuo Roberto ogni mattina: è il chierichetto che serve la messa delle 7 a monsignor Arborio Mella e mi fa sempre un saluto sorridente... Qui sempre più cresce il bisogno e la fame non si rifinisce più di scovare i sinistrati: ieri mi sono proprio messa a piangere e Dio ci salvi da tale tragicità di vita».
Il 25 maggio 1944 Ester scrive ad Antonietta l’ultima lettera prima della liberazione di Roma (4 giugno 1944): «Prego e faccio pregare per voi. Sta tranquilla per noi: siamo nelle mani di Dio e non per noi, ma è per voi che il mio cuore trepida. Sogno solo di potervi rivedere e riabbracciarvi e prego Dio che mi conceda questa gioia. Ma è proprio vero che Dio colpisce laddove il nostro cuore è più attaccato: Lui sa quanto è duro il sacrificio che mi impone ma lo accetto con umiltà perché conceda la serenità a voi tutti».

Sino ai primi di maggio 1945 Bernardino ed Ester Nogara non ebbero più notizie dai familiari rimasti nell’Italia del Nord. Solamente ogni tanto, tramite il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, e la Nunziatura apostolica a Berna, potevano inviare e ricevere laconici telegrammi con scritto: «Tutti bene». Occorrerà attendere i primi di maggio 1945 perché le comunicazioni postali e telegrafiche tornassero quasi normali.

di Bernardino Osio

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