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La responsabilità
della convivenza

· ​Verso l’incontro di Assisi ·

Papa Francesco sarà ad Assisi martedì 20 settembre, a conclusione dell’incontro «Sete di pace. Religioni e culture in dialogo» promosso a trent’anni dal primo che si svolse il 27 ottobre 1986. A tuti i leader religiosi presenti sarà offerto il volume Lo spirito di Assisi. Trent’anni: dalla guerra fredda all’Isis, pubblicato dal Sacro Convento (2016, pagine 110) e allegato alla rivista «San Francesco Patrono d’Italia». Dei sei interventi raccolti nel libro riportiamo integralmente quello del cardinale segretario di Stato.

Il 27 ottobre 1986 un fatto senza precedenti squarciò il muro del pessimismo e della rassegnazione in un mondo ancora diviso dalla cortina di ferro e dove la guerra, seppure fredda in molte situazioni, era considerata una compagna inevitabile della vita degli uomini. Convocando i leader delle grandi religioni mondiali ad Assisi per pregare per la pace, Giovanni Paolo II si assunse la responsabilità di aprire una via in cui le religioni si impegnavano, con maggiore slancio e nuova forza, su questo grande tema. Quella storica giornata e lo spirito che ne è scaturito parlano non soltanto di pace ma anche di unità del genere umano. Assisi 1986, pur nella sua straordinaria novità, veniva da lontano: era il frutto di una stagione di dialogo. 

L’incontro ad Assisi il 27 ottobre 1986

Un dialogo sviluppatosi lungo un secolo, il Novecento, pieno di speranze e al tempo stesso di immani sofferenze. In quel secolo terribile che — secondo recenti stime — ha contato 180 milioni di morti per la guerra, qualcosa ha avvicinato i credenti. Nella seconda metà del Novecento gente di religione diversa si è parlata e si è incontrata come mai nella storia.

Assisi 1986 è il frutto maturo di questa stagione: i leader religiosi insieme davanti al mondo, insieme in preghiera, come cercatori di pace. Non si è trattato di un rito in più, ma della manifestazione comune della fiducia nelle energie spirituali e nella straordinaria forza debole della preghiera. Una preghiera senza commistioni sincretistiche, ma rispettosa delle diversità. È utile rileggere le parole di Giovanni Paolo ii nel discorso conclusivo sulla piazza di San Francesco: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace... la preghiera è già in se stessa azione, ma ciò non ci esime dalle azioni al servizio della pace».

Nei fondamenti di tutte le tradizioni religiose è scritto il valore della pace. È ciò che è alla base dell’iniziativa di Assisi e che aiuta a superare tante distanze, talvolta abissi, tra mondi diversi.

Il nostro è un tempo in cui genti di religione o di etnia diversa vivono più insieme. È l’esperienza dell’Europa di fronte all’immigrazione, ma anche di una nuova comunanza tra est e ovest e tra nord e sud. È anche la sfida del mondo virtuale in cui si entra sempre più a contatto con tutti: nel virtuale si vive sempre più assieme e si è destinati a incrociarsi con chi è diverso da sé. È, infine, la sfida di un mondo in cui si vede tutto e si vede sempre più la ricchezza di pochi e la miseria di tanti, come spesso ci suggerisce Papa Francesco.

Convivere è la realtà di molti popoli, di molte religioni, di tanti gruppi. Non sempre è facile. Una convivenza con troppe differenze, orizzonti troppo ampi quali quelli della mondializzazione, inducono fenomeni preoccupanti che sono sotto i nostri occhi: individualismi irresponsabili, tribalismi difensivi, nuovi fondamentalismi, terrorismo.

Assisi 1986 ha aperto una via in cui ogni religione deve lasciar cadere ogni tentazione fondamentalista ed entrare in uno spazio di dialogo che è l’arte paziente di ascoltarsi, di capirsi, di riconoscere il profilo umano e spirituale dell’altro. Dal seno delle tradizioni religiose, capaci di dialogo, emerge l’arte del convivere così necessaria in una società plurale come la nostra. È arte della maturità delle culture, delle personalità, dei gruppi. È impegno costante per la pace nel locale e nel globale.

Le scritture cristiane ricordano che Gesù «è la nostra pace». Fa loro eco il magistero dei Papi del Novecento sullo stesso tema, fino a giungere a quello di Papa Francesco.

Le religioni non hanno la forza politica per imporre la pace ma, trasformando interiormente l’uomo, invitandolo a distaccarsi dal male, lo guidano verso un atteggiamento di pace del cuore. La religione ha un’energia di pace, che deve liberare e manifestare. Ogni religione ha la sua strada.

Ma tutte hanno una responsabilità decisiva nella convivenza: il loro dialogo tesse una trama pacifica, respinge le tentazioni a lacerare il tessuto civile, a strumentalizzare le differenze religiose a fini politici. Ma questo richiede audacia e fede agli uomini e alle donne di religione. Richiede coraggio. Richiede di abbattere con la forza morale, con la pietà, con il dialogo, i tanti muri di separazione che si alzano nel mondo.

di Pietro Parolin

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18 settembre 2019

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