Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Attrezzi che diventano pane

· La tradizione siciliana degli altari domestici per il custode della Sacra famiglia ·

Angeli, stelle, croci, volute barocche, croccanti monogrammi del nome di Gesù fatti di acqua, miele e farina, ma anche strumenti di lavoro come lime, pinze, martelli, tenaglie; negli altari di pane che vengono allestiti in Sicilia per celebrare la festa di san Giuseppe, ogni 19 marzo, il confine tra sacro e profano è labile. O meglio, non è a tema in nessun modo: il dualismo tra anima e corpo, materia e spirito, realtà “di serie A” e “di serie B” non ha mai avuto diritto di cittadinanza (per fortuna) nell’immaginario della religiosità popolare. Sono altari domestici, preparati in una stanza della casa e addobbati con ghirlande di fiori, stoffe colorate, pani e dolci modellati in mille fogge diverse.

Nelle tavolate di san Giuseppe il custode della Sacra famiglia viene festeggiato con l’ostensione dei suoi strumenti di lavoro, di quegli oggetti che durante la vita terrena gli hanno permesso di nutrire, custodire e proteggere la sua famiglia. Un omaggio tanto simbolico quanto concreto, e un modo semplice per affermare che tutto è sacro nella vita umana, dato che tutto è stato illuminato e redento dall’Incarnazione del Figlio di Dio. A ben guardare, anche la celebrazione della messa è un concreto, permanente patto di alleanza con tutta la realtà creata (uomo compreso) e il coronamento di un atto agricolo, perché mediante il pane e il vino torna a essere percepibile il legame tra il dono della terra e il dono che il Dio fatto carne fa di se stesso. Un gesto in cui sacro e profano non vivono scissi — come vorrebbe la mentalità contemporanea, erede del positivismo meccanicista dell’Ottocento — ma fioriscono uno dentro l’altro perché facce di una stessa medaglia, non teme di accostare i luoghi della vita familiare a quelli del culto. E ci ricorda anche il grande valore educativo e “conoscitivo” del lavoro manuale.

Per i nostri nonni, i sensi erano fondamentali non solo per il loro quotidiano coinvolgimento fisico con le cose, ma anche per i loro pensieri: quello che pensavano e sapevano veniva dal loro modo di stare nel reale, da ciò che toccavano e vedevano. La tecnologia — scriveva già otto anni fa lo scrittore americano Matthew Crawford, autore di The Case for Working With Your Hands — ci dà l’illusione di manipolare la realtà, ma spesso si tratta di una manipolazione remota, nella quale i sensi rischiano di essere usati poco e male. Troppo spesso, inconsapevolmente, ci accontentiamo di una conoscenza di terza o di quarta mano. In Italia il libro è uscito con il titolo Il lavoro manuale come medicina dell’anima (Mondadori, 2010), ma probabilmente il titolo più azzeccato è quello francese, Éloge du carburateur. Crawford è un filosofo e un meccanico di motociclette; non è un dettaglio irrilevante, chiosa il giornalista irlandese John Waters parlando del volume, perché «il suo testo è un avvincente miscuglio di esperienza personale e teoria filosofica. Il suo tema dominante è l’idea che la libertà e la ragione umana risiedano idealmente in un “io situato”, che la piena realizzazione dell’uomo avvenga nell’interazione col mondo, con la specificità degli oggetti e dei contesti, mediante abilità come la meccanica, la falegnameria, la scultura, e così via».

Crawford sostiene che col declino della manodopera qualificata sia andato perduto qualcosa di fondamentale. Anzi, secondo lui la perdita della ragione nella nostra epoca si è radicata proprio nel distacco dalla realtà che caratterizza la maggior parte dei lavori. Gesù era un falegname. Noi lo dimentichiamo, o almeno dimentichiamo il significato del lavoro a cui si è dedicato per tutta la sua vita adulta, il mestiere che ha imparato dal suo padre putativo. «Non ci ha lasciato nessuna descrizione del suo lavoro o la sua opinione su di esso — scrive Waters — ma credo che possiamo tranquillamente presumere che la sua visione non fosse molto lontana da quella del suo grande discepolo Charles Péguy». Lavorare, scrive Péguy in Il denaro, è pregare: «Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso (...). Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura».

Gli altari di pane, con la loro scenografia ricca, allegra, lussureggiante di vita, da mangiare non solo con gli occhi, sono un esempio di questa concezione della vita, umili testimoni dell’Incarnazione e della dignità del lavoro.

di Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE