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Attraverso i nodi irrisolti
dell’America latina

· La giornata di venerdì ·

Luis Óscar Martínez de la Cruz è convinto che si debba pagare per gli errori passati, anche quando il debito, come nel suo caso, non è affatto di poco conto. Ha 21 anni, è panamense ed è stato arrestato quattro anni fa per un reato contro la persona. È nell’ultima fase della sua condanna, che prevede da domani la semilibertà, ma gli rimangono come minimo tre anni prima di poter ottenere la libertà definitiva. Fino a quel momento, Luis Óscar deve accontentarsi della fortuna (lui assicura di sentirsi molto fortunato) di aver potuto ascoltare a pochi passi di distanza le parole del Papa.

Un’altra fortuna è stata poter parlare di persona con il Pontefice e offrirgli un saluto di benvenuto da parte di tutti i carcerati del centro di detenzione minorile Las Garzas de Pacora, che lo hanno accolto intonando il canto Oración del pobre.

Nella sua terza giornata a Panamá, la mattina di venerdì 25, Papa Francesco ha tenuto una bella e intensa liturgia penitenziale per i 180 giovani detenuti di Pacora. È la prima volta che durante una Gmg un Pontefice visita un carcere minorile, celebrandovi una liturgia. L’episodio evangelico di Luca (15, 2) scelto per l’occasione è quello di Gesù che mangia con i pubblicani e i peccatori. Farisei, scribi e dottori della legge — ha detto Francesco nell’omelia — mormoravano «piuttosto scandalizzati, piuttosto infastiditi», dal comportamento di Gesù che «accoglie i peccatori e mangia con loro». Da un lato dunque c’è «uno sguardo sterile e infecondo, quello della mormorazione e del pettegolezzo», e dall’altro «quello del Signore che chiama alla trasformazione e alla conversione». Da qui l’incoraggiamento del Pontefice a combattere con forza «la cultura dell’aggettivo che scredita la persona».

Il centro di Pacora è il fiore all’occhiello di un nuovo modo di concepire il reinserimento dei giovani detenuti in America latina. Attualmente i sistemi penitenziari e le carceri presenti nel continente sono molto lontani dal raggiungere l’obiettivo del recupero dei detenuti e il loro reinserimento in società finito di scontare la pena. In tutta la regione, nel migliore dei casi, si gestiscono i problemi come se si trattasse di mera burocrazia, anziché tentare di risolverli. Pacora è una struttura di riabilitazione integrale che può contare sull’appoggio economico dell’Unione europea e della Banca Interamericana di sviluppo ed è supervisionata dal fondo delle Nazioni unite per l’infanzia.

Alla base del processo di riabilitazione c’è uno sguardo interdisciplinare che comprende assistenti sociali, psicologi, docenti e anche personale sanitario formato appositamente per combattere i casi di dipendenza dalle droghe, che sono piuttosto comuni. «La capacità di esprimere le proprie emozioni non deve andare perduta quando si entra in prigione» afferma Emma Alba Tejada, direttrice del Centro. Sono vent’anni che lavora nelle carceri, gli ultimi cinque in quelle giovanili, e assicura che questa abilità viene coltivata sia nei programmi di riabilitazione specifici per ogni reato sia nei laboratori di educazione informale e non obbligatoria. «Imparare a contenere la rabbia o a esprimere la propria frustrazione canalizzandola nel modo giusto è uno degli obiettivi della maggior parte dei nostri trattamenti» aggiunge.

Pepe, molto emozionato per le parole del Papa, ha appreso bene la lezione. Ha solo 15 anni. Confessa i suoi reati e si mostra pentito. La sua dipendenza dalle droghe fa ormai parte del passato e sta cominciando a credere che sia possibile trovare la strada giusta. Non è l’unico, visto che il 90 per cento dei residenti del centro vi è entrato con una grave forma di tossicodipendenza. «La situazione attuale — assicura — non ha niente a che vedere con ciò che ho vissuto negli anni precedenti della mia vita». Sta per ottenere, anch’egli, la libertà vigilata. È consapevole del fatto che un passo falso, per quanto piccolo, basterebbe a fargli perdere tale privilegio; per questo assicura che stavolta farà di tutto perché il suo reinserimento in società abbia successo. Per imparare come remare nella direzione giusta, riceve il sostegno costante di una psicologa e anche quello dei compagni con cui condivide gli spazi. In fondo, vogliono tutti la stessa cosa: una nuova opportunità per tornare alla vita quotidiana dopo aver pagato, molto cari, gli errori del passato.

Al termine della liturgia penitenziale il Papa ha confessato quattro maschi e una giovane donna detenuta. Dopo aver impartito la benedizione conclusiva, ha ricevuto il breve saluto di ringraziamento della direttrice del centro. Lo scambio dei doni ha preceduto il congedo e il ritorno alla nunziatura, dove durante le prime ore del mattino Francesco aveva ricevuto una delegazione di cinquecento giovani cubani.

Il ritorno è avvenuto a bordo di un elicottero, sorvolando il punto preciso in cui si incontrano i due oceani che bagnano Panamá, l’Atlantico e il Pacifico, all’altezza del monumentale Canale.

Per Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, la visita al centro di detenzione di Pacora è «una chiave di lettura ai giornalisti e a tutti coloro che stanno cercando di seguire la Gmg in tutto il mondo». Nel briefing tenuto alle 13 al centro dei media assieme al direttore “ad interim” della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, alla direttrice Emma Alba Tejada e all’organizzatore locale Eduardo Soto, il prefetto ha spiegato come la Gmg sia «in realtà un incontro», un «incontro di preghiera»; ed è nell’incontro che «si trova la possibilità del riscatto».

Nel pomeriggio, con tono molto più dimesso rispetto alla cerimonia di apertura della sera precedente, il Papa ha percorso assieme a migliaia di giovani la Via Crucis della Gmg di Panamá 2019. Una tradizione che si rinnova a ogni raduno mondiale a partire dal 1993. «Questi ultimi tre giorni della Gmg sono come un triduo pasquale: venerdì, sabato e domenica» afferma l’arcivescovo Ulloa Mendieta. «Il venerdì — spiega — è il giorno in cui riflettiamo sulla passione e la morte di Gesù, il giorno più contemplativo, durante il quale si suggerisce la riconciliazione. Il sabato è il giorno della vigilia e dell’attesa. E la domenica, come tutte le domeniche, è il giorno del Signore, in cui celebriamo la sua resurrezione».

Nello spiazzo vicino alla costa, centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo hanno ricevuto ancora una volta l’incoraggiamento del Papa che, lungi dal mostrarsi accomodante nei loro confronti, è stato invece esigente e li ha esortati a fare attenzione a non «cadere nella cultura del bullismo, delle molestie, dell’intimidazione, dell’accanimento su chi è debole!».

Durante la giornata più penitenziale di tutta la Gmg, l’intenzione del Papa era di accendere il cuore dei giovani, incitandoli a trovare una luce che li guidi nel loro cammino: «Come Maria, la Chiesa favorisce una cultura capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

Una spettacolare mobilitazione di volontari ha garantito l’ordine e l’arrivo nelle mani dei giovani della grande croce lignea che gira il mondo dal 1985 e che in questa occasione ha percorso le strade della città di Panamá sulle spalle dei collaboratori di diverse realtà ecclesiali.

L’arrivo della croce pellegrina ha caratterizzato la prima delle quattordici stazioni. Uno dei momenti più intensi è stata l’ora e mezza di preghiera di fronte al Crocifisso per coloro che trasportavano la croce. Il percorso della Via Crucis ha attraversato i nodi irrisolti dell’America latina che iniziano dall’Honduras per poi proseguire con le riflessioni proposte da El Salvador, Guatemala, Venezuela, Repubblica Dominicana, affrontando tra l’altro il tema della violenza contro le donne. Alla Colombia è stata riservata la riflessione sui diritti umani nella decima stazione, a Puerto Rico la corruzione nella undicesima stazione. Dopo il Belize, il Nicaragua ha affrontato il tema dell’aborto. La chiusura ha coinvolto il Panamá che ha lanciato una esortazione: dalla croce alla luce.

Migliaia di anime si sono unite per dare voce agli ultimi, a chi non viene mai ascoltato. I detenuti, i malati, i disabili. I poveri. I senzatetto. In definitiva, gli indigenti agli occhi del mondo, che in America latina ingrossano le fila delle statistiche più terribili. Una delle cifre più scoraggianti tocca da vicino la gioventù. Più di cento milioni di giovani latinoamericani, ossia il 64 per cento del totale, vivono in condizioni di povertà o vulnerabilità, e uno su cinque — ovvero trenta milioni di ragazzi — non studia né lavora. Questi dati sono stati presentati nel rapporto Prospettive economiche per l’America latina 2018, elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dalla Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepal).

dal nostro inviato
Silvina Pérez

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21 maggio 2019

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