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Attesa e speranza

· Messa a Santa Marta ·

I cristiani sono chiamati a essere uomini e donne di speranza, uniti dalla certezza di un Dio che non abbandona. Lo ha ricordato Papa Francesco nel corso della messa celebrata a Santa Marta martedì 21 ottobre.

Commentando la liturgia del giorno e il Vangelo di Luca (12, 35-38) nel quale Gesù invita i suoi discepoli a essere come i servi che attendono vigili il ritorno del padrone dalle nozze, il Pontefice ha chiesto: «Ma chi è questo signore, questo padrone, che viene da quella festa di nozze, che viene a notte alta?». La risposta viene dallo stesso Gesù: «Sono io che sono venuto a servirti, a stringermi le vesti, a farvi mettere a tavola, a servirvi».

Gesù — lo ribadisce anche san Paolo nella Lettera agli Efesini (2, 12-22) — è colui che è «venuto a servire, non a essere servito». E il primo dono che abbiamo ricevuto da lui è quello di un’identità. Gesù ci ha dato «cittadinanza, appartenenza a un popolo, nome, cognome». Riprendendo le parole dell’apostolo, il quale ricorda ai pagani che quando erano senza Cristo erano «esclusi dalla cittadinanza», Francesco ha sottolineato: «Senza Cristo non abbiamo un’identità».

Grazie a lui, infatti, da divisi che eravamo siamo diventati un «popolo». Eravamo «nemici, senza pace», isolati, ma Gesù «col suo sangue ci ha accomunato». È ancora san Paolo lo spunto per approfondire questo tema. Nella Lettera agli Efesini si legge: «Egli, infatti, è la nostra pace, che di tutti ha fatto una sola cosa e in pace, abbattendo il muro di separazione che divide». Tutti noi sappiamo, ha ricordato il vescovo di Roma, che «quando non siamo in pace con le persone, c’è un muro che ci divide». Ma Gesù «ci offre il suo servizio di abbattere questo muro». Grazie a lui «possiamo incontrarci».

Da popolo disgregato, composto da uomini isolati gli uni dagli altri, Gesù con il suo servizio «ci ha avvicinato tutti, ci ha fatto un solo corpo». E lo ha fatto riconciliandoci tutti in Dio. Così «da nemici» siamo divenuti «amici» e da «estranei» ora possiamo sentirci «figli».

«Ma qual è la condizione» per cui da «stranieri», da «gente di strada», siamo messi in grado di diventare «concittadini dei santi»? Avere — ha risposto il Papa — la fiducia del ritorno del padrone dalle nozze, di Gesù. Occorre «aspettarlo» ed essere sempre pronti: «Chi non aspetta Gesù, chiude la porta a Gesù, non lo lascia fare quest’opera di pace, di comunità, di cittadinanza; di più: di nome». Quel nome che ci ricorda chi realmente noi siamo: «figli di Dio».

Perciò «il cristiano è un uomo o una donna di speranza», perché «sa che il Signore verrà». E quando questo accadrà, anche se «non sappiamo l’ora», non vorrà più «trovarci isolati, nemici», bensì come lui ci ha resi grazie al suo servizio: «amici, vicini, in pace».

Per questo è importante, ha concluso Papa Francesco, chiedersi: «Come aspetto Gesù?». Ma soprattutto: «Io aspetto o non aspetto» Gesù? Tante volte, infatti, anche noi cristiani «ci comportiamo come i pagani» e «viviamo come se niente dovesse accadere». Dobbiamo fare attenzione a non essere come «l’egoista pagano», che agisce come se egli stesso «fosse un dio» e pensa: «Io mi arrangio da solo». Chi si regola in questa maniera «finisce male, finisce senza nome, senza vicinanza, senza cittadinanza». Ognuno di noi deve invece domandarsi: «Ci credo in questa speranza, che lui verrà?». E ancora: «Io ho il cuore aperto, per sentire il rumore, quando bussa alla porta, quando apre la porta?».

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