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In attesa

· L’umanesimo metafisico e dolente di Felice Casorati ·

Come in una parabola evangelica

Dopo il mattatoio della prima guerra mondiale le vie dell’arte, fino ad allora fibrillate da una effervescenza innovatrice ferocemente iconoclasta, abbandonavano, sorprese da un senso inaspettato di orrore, le retoriche del vitalismo meccanico e le ingenue apologie della vita moderna,

Felice Casorati, «L’attesa» (1918)

e riprendevano a coltivare l’esaltazione intima e atemporale dell’enigma umano, la sobria celebrazione della sua grandezza quotidiana, l’imperituro fascino della sua pienezza formale. Si era sfigurato e decomposto fin troppo l’essere umano, nelle irresponsabili avventure decostruttive dell’arte prima ancora che nelle trincee dei fronti di battaglia, per non sentire come una imposizione etica il bisogno di restituire forma alla sua dignità. Si inauguravano così in tutta Europa vent’anni di una estetica che avrebbe preso il nome di “ritorno all’ordine”, in cui il mondo classico e il rigore geometrico sarebbero stati il richiamo principale per una lingua artistica di nuovo capace di rappresentare l’essenza dell’animo umano, rispettandone anzitutto la sua integrità formale. Ritorno all’ordine non significava però retrocedere ingenuamente a un punto morto della storia ma attualizzare nel presente risorse simboliche sempre valide. L’antica lezione dell’arte classica, sia quella greco romana che quella rinascimentale, non veniva semplicemente ripetuta a memoria, ma veniva riscritta nei suoi tratti più fastosi e più festosi per ospitare invece il sentimento di pensosità e di dolore con cui l’uomo europeo del dopoguerra ormai non poteva non percepire la vita.
Lo si capisce bene in questa parabola sull’attesa in cui qualcosa di profondamente intimo, tenero e prezioso avviene in un clima di sospensione, di afflizione, di ansia immobile. Una donna, vestita come per abitare un mondo senza tempo, come se uno stilista moderno avesse ridisegnato per oggi gli antichi abiti delle principesse gotiche, siede su uno sgabello con la compostezza di una regina in trono, il lungo collo disteso emana con grazia involontaria un erotismo ferocemente garbato, contiene l’abbandono sognante in una posa perfetta. Il sonno da cui essa è impadronita è l’indice di una attesa ormai prolungata.

di Giuliano Zanchi

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25 marzo 2019

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