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Attenti all'uomo (e non al lupo)

· San Francesco e il dovere di aprirsi all'altro ·

Uno degli episodi più famosi della vita di Francesco d’Assisi è senz’altro il racconto del lupo di Gubbio, che il santo avrebbe ammansito e riconciliato con gli abitanti di quella città. Nei suoi scritti Francesco parla poco del lupo; rivela anzi una disposizione benevola nei suoi confronti: non ne ha paura, perché sa di non aver nulla da temere, visto che non ha mai fatto alcun male a frate lupo, come mostra un episodio trasmesso da una fonte non francescana, alla quale va assegnato un buon credito.

Ernst G. Hansing, «Paolo VI» (1969)

Un monaco della seconda metà del XIII secolo ci ha lasciato infatti alcune notizie inedite a seguito della Passione di san Verecondo; l’anonimo scrittore ricorda che Francesco era stato ospitato parecchie volte nell’abbazia (oggi Vallingegno, presso Gubbio) e sempre vi era stato accolto «con amore». Tra altre cose, alla fine narra un episodio d’infinita delicatezza: «Il beato Francesco, consumato e indebolito — scrive — a causa delle incredibili penitenze corporali, veglie notturne, orazioni e digiuni, non potendo più camminare a piedi, massimamente dopo che era stato insignito delle stimmate del Salvatore, viaggiava sul dorso di un asinello. Una sera sul tardi, era quasi notte, egli passava in compagnia di un fratello per la strada di San Verecondo, cavalcando l’asinello, le spalle e la schiena malamente coperte da un rozzo mantello. I contadini cominciarono a chiamarlo dicendo: “Frate Francesco, resta con noi e non voler andare oltre, perché da queste parti imperversano lupi famelici e divorerebbero il tuo asinello, coprendo di ferite anche voi”. E il beato Francesco replicò così: “Non ho mai fatto nulla di male al fratello lupo, perché ardisca divorare il nostro fratello asino. State bene, figli, e temete Dio!”. E così frate Francesco proseguì il suo cammino senza imbattersi in sventura di sorta. Questo ci ha riferito uno dei contadini che era stato presente al fatto».

Non è soltanto il riferimento al contadino che era stato presente e aveva reso testimonianza a conferire autorevolezza al racconto: il fatto stesso che il monastero non abbia alcun ruolo, alcuna partecipazione “positiva” allo svolgersi degli eventi, depone già a favore di un’oggettività della narrazione. Attendibilità ribadita anche dall’assenza d’ogni amplificazione meravigliosa (nessun miracolo, nessuna deroga alle leggi di natura): le stesse parole attribuite a Francesco, così paradossali rispetto al sentire comune, difficilmente possono essere giudicate frutto di una rielaborazione dell’anonimo. Tutto spinge, dunque, a ritenere autentico l’episodio, almeno nella sostanza.

di Felice Accrocca

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17 settembre 2019

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