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Atenei e razzismo:
Stati Uniti
e Gran Bretagna
fanno i conti col passato
(e con il presente)

· Qualche giorno fa la nomina della prima donna di colore al Jesus College di Cambridge ·

Con solo 58 studenti neri su 2612 ammessi nel 2018, l’Università di Cambridge è stata da sempre considerata una roccaforte dell’élite bianca. Per questo quando, qualche giorno fa, la filosofa originaria delle Isole Barbados, Sonita Alleyne, è stata nominata master del Jesus College di Cambridge, onorificenza assegnata, per la prima volta in otto secoli di storia, a una donna e di colore, la notizia è stata acclamata come una riforma significativa nel processo di inclusione delle minoranze. «Non vedo l’ora di diventare parte di una comunità così energetica e innovativa», ha dichiarato Alleyne al quotidiano britannico «The Guardian».

Circa un mese fa, lo stesso ateneo ha deliberato l’avvio di un’inchiesta interna ai suoi archivi per appurare la natura di alcuni finanziamenti stanziati all’università da alcune personalità implicate nel traffico di schiavi coloniali fra diciottesimo e ventesimo secolo. «Non possiamo cancellare il passato, ma neppure cercare di nasconderlo», ha detto il vice cancelliere dell’Università di Cambridge, Stephen Toope. L’inchiesta, portata avanti da due ricercatori universitari del centro di Studi africani, è tra gli ultimi episodi di una tendenza che non si limita al Regno Unito.

Nel 1838, la Georgetown University, prima università cattolica degli Stati Uniti, vendette 272 schiavi neri per far fronte ai debiti in cui versava. A distanza di quasi due secoli, l’ateneo ha prodotto un dettagliato rapporto sull’episodio e ha deciso, alla fine, di autotassarsi per risarcire i discendenti di quegli schiavi: «Chiediamo scusa per gli errori del passato, ce lo impone la tradizione cattolica» ha dichiarato al «The New York Times» il rettore dell’Università, John J. De Gioia.

Cambridge e Georgetown sono esempi di giustizia riparativa: azioni concrete, spesso precedute da minuziose inchieste, che hanno lo scopo di “riparare” al danno compiuto verso le minoranze, in larga parte nere, durante il periodo coloniale. I provvedimenti presi non hanno solo natura risarcitoria, ma servono anche a fare memoria di un passato contraddittorio che riconosce il ruolo effettivo di alcune tra le più prestigiose accademie nel mancato riconoscimento dei diritti fondamentali della persona.

Il colonialismo e la tratta atlantica degli schiavi africani sono le due pagine storiche più scottanti della tradizione di diversi paesi e, per questo, sotto i riflettori dell’opinione pubblica transnazionale: è stimato che, tra Ottocento e Novecento, attraversarono l’Atlantico dai 10 ai 28 milioni di africani per essere venduti come schiavi e trattati alla stregua di oggetti.

Negli Usa e nel Regno Unito, le indagini accademiche sono iniziate qualche anno fa. In una prima fase, esse hanno interessato elementi formali, come le titolazioni degli istituti universitari a personaggi bollati come “controversi”, cioè uomini coinvolti nei traffici di schiavi o proprietari terrieri suprematisti bianchi. Nel 2016, per esempio, la facoltà di legge dell’Università di Harvard ha rimosso il vessillo di una famiglia di trafficanti di schiavi. Nello stesso periodo, nell’Università del North Carolina, è stata cambiata la titolazione di una sala, in precedenza dedicata a un affiliato dell’organizzazione estremista Ku Klux Klan.

Uno dei casi più eclatanti è avvenuto lo scorso anno nell’Università di Yale, in Connecticut, dove a una residenza studentesca è stata tolta la titolazione all’ex presidente schiavista, John C. Calhoun, difensore degli Stati del sud e sostenitore del movimento suprematista bianco; al suo posto, è stato scelto il nome della matematica e informatica Grace Murray Hopper. Sempre una donna, la scrittice di colore Maya Angelou, ha rimpiazzato, con i versi della sua poesia I rise — simbolo letterario della lotta all’apartheid — un murale dell’Università di Manchester che recava lacerti del poema If di Rudyard Kipling: sebbene questo testo non facesse alcun riferimento alla superiorità della razza, per gli studenti lo scrittore, autore di opere che menzionano, seppur implicitamente, la differenza tra le razze e la supremazia dell’Occidente, «rappresenta l’opposto di liberazione, emancipazione e diritti umani».

Non mancano, tuttavia, reazioni negative a tale tendenza. Gill Evans, professore emerito di teologia scolastica all’Università di Cambridge, ha dichiarato al quotidiano britannico «The Daily Telegraph» che «prima di prendersi la colpa, converrebbe capire il periodo e domandarsi se le persone implicate nello schiavismo fossero davvero consapevoli di ciò che stavano facendo». Per Evans, in circa 800 anni di storia accademica, non si può trasferire il senso di colpa da un’età all’altra senza fare un’ermeneutica del passato, soprattutto per quanto riguarda periodi storici così ampi. Dello stesso avviso è Peter Salovey, rettore dell’Università di Yale, ateneo che, con il 52,9 per cento di studenti neri, asiatici e ispanici e il 49 per cento di donne, è tra i modelli più riusciti di integrazione: quando gli fu proposto di cancellare il nome di Calhoun, Salovey deliberò di rimuovere solo il riconoscimento di master e lasciare, invece, la restante dedicazione a scopo educativo. «Mantenere il nome — disse — ci insegna a confrontarci con uno degli aspetti più disdicevoli della nostra nazione». Dello stesso avviso è la direzione della statunitense Università di Princeton che, a seguito di una proposta di cancellazione di nomi ritenuti non idonei — come quello di Woodrow Wilson, a cui è dedicata la facoltà di affari pubblici e internazionali — ha recentemente deciso di mantenere invariata la toponomastica dell’ateneo per «riconoscere che Wilson, come altre figure storiche, lascia un’eredità complessa fatta di ripercussioni positive e negative».

Nigel Biggar, professore di teologia morale all’Università di Oxford e direttore dell’Oxford McDonald Centre for Theology, Ethics and Public Life, ha dichiarato al quotidiano londinese «Times»: «Non sentitevi in colpa per la storia coloniale, perché potremmo pure essere spinti a rigettare alcune azioni del passato, ma la colpa ci renderà vulnerabili alla manipolazione». Biggar avverte dei rischi che comporta fare i conti con un passato esclusivamente dominato dal senso di colpa. Le iniziative degli atenei hanno il merito di aver contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su pagine buie del passato delle società in prevalenza occidentali. Eppure s’alza la voce di chi contesta un metodo “unilaterale”, auspicando invece che il senso di colpa possa tradursi in un aumentato senso di responsabilità: solo così, la società potrà dirsi immune da ipocrisie. In ogni caso, il dibattito è aperto.

di Marco Grieco

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