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​Atene e Gerusalemme

· ​Filosofia e teologia tra il IV e il V secolo ·

Lo stretto rapporto che nel mondo antico la teologia cristiana intrecciò con la filosofia greca, soprattutto quella platonica, è al centro del libro di Enrico dal Covolo e di Emmanuele Vimercati Filosofia e Teologia tra il IV e il V secolo. Contesto, figure e momenti di una sintesi epocale (Roma, Lateran University Press, 2016, Vivae voces, 38, pagine 340, euro 18). In particolare, il panorama si riferisce al periodo in cui il platonismo, sulla scia di Plotino, si struttura come un sistema piuttosto organico, e con il passare del tempo sempre più complesso, mentre la riflessione dei cristiani raggiunge la sua akmé soprattutto perché sollecitata dall’esigenza di neutralizzare ed emarginare le derive eccentriche di arianesimo, nestorianesimo, monofisismo, pelagianesimo.

Raffaello, «La scuola d’Atene»  (1509-1511 circa, particolare)

Nella prima parte del libro vengono presentati formazione e sviluppo della tradizione letteraria, nella seconda i rappresentanti più significativi di questo periodo, sia nel neoplatonismo che nella teologia cristiana, nella terza alcuni temi considerati di particolare significato. Basta leggere, anche superficialmente, qualche pagina del testo per notare subito che ha due protagonisti, e cioè Platone e Agostino. Se si considera lo iato di nove secoli che li divide, si capisce benissimo da che parte stia il dare e da quale il ricevere; e tuttavia il rapporto della cultura cristiana con la filosofia greca fu fortemente dialettico.

Tanti cristiani, anche di buon livello culturale, videro molto di malocchio la filosofia greca, in quanto considerata un elemento di spicco della cultura pagana che essi rifiutavano. «Che cos’ha in comune Atene con Gerusalemme?» si domandava Tertulliano. D’altra parte, proprio Tertulliano, quando deve mettere per iscritto le sue riflessioni dottrinali, deve per forza ricorrere a piene mani al corpo della filosofia greca per riuscire a dare una struttura, un contenuto concreto e sistematico ai pochi dati di partenza. Il rapporto con la filosofia greca, in definitiva, era ineludibile: si comprende quindi perché sia stata prevalente la tendenza a cercare un punto di contatto tra la cultura cristiana e la filosofia, soprattutto nella persona e nella tradizione di Platone, che veniva considerato — tra i filosofi — quello più facilmente assimilabile in area cristiana.

Prescindendo dalle premesse dello gnosticismo, sulla traccia di Giustino sono stati soprattutto i dottori alessandrini Clemente e Origene a valorizzare questo apporto, anche perché fruivano della traccia precedente del giudaismo ellenistico, soprattutto nella figura di Filone, che aveva già cercato una conciliazione tra Scrittura giudaica e la tradizione filosofica. Il rapporto è quello tra due entità che, necessariamente, non possono essere perfettamente speculari: comunque, la tendenza è a considerare la filosofia greca come una buona introduzione allo studio della Bibbia.

In quest’ambito, soprattutto, vanno considerati in età tardoantica due fattori: da una parte, alcuni rappresentanti della teologia cristiana non sono nati cristiani ma lo sono diventati, e quindi portano nella loro formazione cristiana un’eredità da cui non possono, e anzi non vogliono, completamente liberarsi; l’altra considerazione importante è che la scuola rimane pagana. Infatti, anche quando l’impero prima (con Costantino) favorisce i cristiani e poi (con Teodosio) addirittura proclama il cristianesimo come unica religione ufficiale dello Stato, la scuola non viene toccata. L’autorità politica non permette che si intervenga sulla scuola, che era la fucina da cui poi venivano tratti i burocrati che dovevano amministrare l’impero. Quindi, anche quando lo studente è di religione cristiana, continua a leggere a scuola Omero, Demostene, Tucidide, se è di lingua greca, Virgilio, Sallustio e Cicerone, se è di lingua latina.

La seconda parte del libro di dal Covolo e Vimercati presenta gli esponenti più rappresentativi sia del neoplatonismo che della teologia cristiana tra iv e v secolo. L’ultimo punto riporta ad Agostino e all’importanza decisiva che egli ha attribuito all’amore, quello che definisce gemina caritas, l’amore di Dio e del prossimo in quanto sviluppo di un pensiero razionale. Si conosce soltanto quello che si ama. È in questa ricerca che il pensiero si indirizza verso la conquista della verità, ossia Cristo. Viene rammentata rapidamente la rappresentazione piuttosto melodrammatica che Agostino fa nelle Confessiones del suo itinerario verso la conquista della verità (l’incontro con l’Hortensius, la grande scena finale nel giardino, e così via). Il giovane Agostino, quello immediatamente successivo alla conversione, ha concepito questa ricerca della verità soprattutto come opera collettiva, collegiale. Le opere che ha scritto a Cassiciaco hanno una struttura dialettica, nel senso che devono essere un gruppo d’intelligenze che concordemente tendono verso la ricerca della verità. Il che non escluse affatto, come viene ricordato, che in definitiva ognuno debba ricercare la verità, cioè Dio, dentro di sé.

Come lo stesso Agostino ha felicemente sintetizzato con la celebre espressione: Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te («ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposerà in te»). È questa, in sintesi, la ferma convinzione che percorre l’intero arco di questo libro, tanto vario e ricco di contenuti, e che gli assicura una fondamentale unità.

di Manlio Simonetti

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22 ottobre 2019

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