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Assolo cinese

· La Banca popolare di Pechino annuncia un rialzo del costo del denaro per frenare l'inflazione ·

Ma la reazione da parte delle principali Borse mondiali resta tiepida

Cresce l'allarme inflazione e il Dragone chiude i rubinetti del credito. La Banca centrale cinese ha alzato il costo del denaro e annunciato un possibile apprezzamento dello yuan in tempi brevi. Sul piano finanziario, la reazione dei mercati è stata tiepida: la mossa di Pechino era largamente attesa. Sul piano politico, invece, l'annuncio mostra che, nella sua corsa solitaria fuori dalla crisi, il colosso asiatico sta aprendo al dialogo con gli Stati Uniti e con l'Europa.

Dopo la stretta monetaria di un quarto di punto decisa sabato scorso, ieri la Banca popolare cinese ha preparato il terreno a un deciso rialzo del costo del denaro. Lo yuan si è subito apprezzato fino a un massimo 6,6265 dollari. Si tratta — dicono gli analisti — di un importante passo in avanti nel negoziato con Washington, che da tempo chiede un apprezzamento consistente della valuta cinese. Non a caso, la decisione della Banca centrale è arrivata poche ore prima di un altro annuncio: il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, sarà in visita negli Stati Uniti dal 3 al 7 gennaio. Due giorni fa Pechino ha confermato ufficialmente che il segretario alla difesa americano, Robert Gates, sarà in visita in Cina dal 9 al 12 gennaio. Sette giorni dopo, il 19 gennaio, sarà il presidente Hu Jintato a recarsi negli Stati Uniti per incontrare Obama.

In una nota il Comitato di politica monetaria della Banca centrale cinese ha dichiarato che la lotta all’inflazione è uno degli obiettivi fondamentali. «Per stabilizzare i prezzi e mettere in atto seriamente una politica monetaria improntata alla prudenza  — si legge nella nota pubblicata ieri — occorrerà fronteggiare un arduo compito nella  gestione del credito e della liquidità». Poche settimane fa, l'istituto aveva annunciato il passaggio «da una politica monetaria apparentemente espansiva a una orientata alla prudenza».

La reazione delle Borse mondiali all'aumento dei tassi della Banca centrale cinese non è stata uniforme. La maggior parte delle piazze è rimasta tiepida. Solo Shangai, Shenzhen e Wall Street hanno accusato il colpo. La prima ha perso quasi il due per cento. L’indice dei prezzi al consumo nel mese di novembre è arrivato al 5,1 per cento, nel massimo da 28 mesi. A New York  il Dow Jones ha chiuso cedendo lo 0,16 per cento. Il Nasdaq ha invece guadagnato lo 0,06. Gli analisti sostengono che nei prossimi mesi lo yuan potrebbe apprezzarsi fino a un massimo del sei per cento. In Cina — riferiscono gli esperti — il tasso d’inflazione è ai massimi da oltre due anni. C'è il rischio di una bolla immobiliare che potrebbe surriscaldare l’economia e, potenzialmente, intaccare la ripresa globale. Il premier, Wen Jiabao, ha avvertito ieri che occorrerà riportare al più presto i prezzi delle case a «un livello ragionevole». Rassicurazioni, queste, rivolte soprattutto a Washington. Pechino è il primo detentore di titoli di stato americani e il primo finanziatore del debito pubblico a stelle e strisce. Nei suoi forzieri c'è una dote enorme di riserve valutarie in moneta estera, un ammontare che ha raggiunto quota 2.650 miliardi di dollari a fine settembre. E negli ultimi mesi la Cina ha offerto copertura finanziaria anche ai Paesi dell'Eurozona con i conti pubblici in crisi, Paesi come la Grecia e il Portogallo, ai quali ha già assicurato sostegno. Ma Pechino ha investito anche in bond spagnoli e si prepara a rafforzare gli investimenti in Africa.

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