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il Grande Cocomero

· I Peanuts in un saggio di Saverio Simonelli ·

La tendenza alle grandi domande dell’esistenza, la ricerca costante del senso, un atteggiamento di condivisione nei piccoli accidenti della vita sono posture esistenziali e intellettuali che non appartengono necessariamente alla cultura alta o accademica. Lo dimostra con competenza e entusiasmo Saverio Simonelli, nel suo saggio La cuccia del filosofo. Snoopy & Co., da poco uscito per Àncora (Roma, 2016, pagine 136, euro 14), dove le avventure di un gruppo di bambini e di un bracchetto di nome Snoopy, frutto dell’immaginazione del disegnatore Charles Schulz, mettono in luce, in modo lieve, ma profondo, quelle grandi questioni della vita che Aristotele, nella Metafisica, definisce “le cose ultime”.

Nati nel 1950, i Peanuts, dopo alcune timide apparizioni su alcuni quotidiani locali statunitensi, hanno riscosso un immediato successo planetario e guadagnato nel corso dei loro quasi cinquant’anni di vita la qualifica di “classico” e la simpatia di milioni di lettori, al punto che il 13 febbraio del 2000 l’ultima vignetta del loro autore è comparsa in contemporanea su 2500 quotidiani di 37 paesi del mondo. Fin dal lontano 1944, il giovane sergente Charles Schulz, in un campo di addestramento per le reclute americane che si preparavano a raggiungere i commilitoni in Europa, intratteneva i compagni con i suoi divertenti disegni e candidamente confessava loro: «Dopo la guerra vorrei diventare un fumettista, mi sento in grado di poterlo fare. Hai visto, me la cavo a disegnare personaggi buffi, solo che ho un dubbio: sarò capace di mettergli in bocca le parole giuste?».

Il dubbio di Schulz era quello di essere in grado di trovare un linguaggio che andasse al di là del semplice intrattenimento per riflettere con lieve profondità sulle piccole, ma grandi vicende della vita. La questione del “senso”, infatti, aveva da sempre caratterizzato la sua vita spirituale e artistica: nell’estate del 1948, reduce di guerra, era entrato ufficialmente nella Church of God, una comunità cristiana militante e fervida, di cui, per alcuni anni, si era impegnato a rendere testimonianza in ogni ambito della vita. Il suo rapporto con la fede variò però nel corso del tempo, assumendo forme intime, private; abbandonate le prediche infervorate, Schulz trovò più consona una riflessione silenziosa e solitaria, che poneva domande per così dire “aperte”, passibili cioè di un ulteriore e continuo approfondimento. Eppure, in occasione di un cortometraggio sul Natale del 1965, fu irremovibile nella decisione di far recitare a Linus, uno dei suoi personaggi-simbolo, un ampio passo del Vangelo di Luca, nonostante l’opposizione dei produttori, affermando perentoriamente: «Che Natale sarebbe senza raccontare la nascita di Gesù Cristo?». Le “parole giuste” che l’allora sergente Schulz aveva paura di non trovare, attingevano infatti implicitamente alla sua spiritualità cristiana; fantasiose, ironiche, leggere, restituite dal candore infantile dei suoi protagonisti, toccavano il cuore di milioni di lettori, senza perdere profondità.

di Elena Buia Rutt

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06 dicembre 2019

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