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Da Gesù alla Bibbia

· La formazione del canone neotestamentario ·

Nel corso del ii secolo, le comunità cristiane sono solite leggere, durante le loro assemblee cultuali domenicali, oltre a passi dell’Antico Testamento, brani tratti dai Vangeli: sono le testimonianze degli apostoli su Gesù, il suo insegnamento, la sua vita, la sua crocifissione e la sua risurrezione. Sono il fondamento della fede della Chiesa.

Ora, se la persona di Gesù è unica e unica è la fede in lui, i vangeli che ne sono la testimonianza sono quattro, e una lettura attenta fa presto emergere differenze e anche contraddizioni tra questi quattro.

Folio 4v dei Vangeli di  Rabbula  (Firenze Biblioteca Mediceo Laurenziana,  cod. Plut. i, 560)  con i canoni eusebiani (586 circa)

Questa constatazione disturba e spinge Taziano a fondere in un solo testo i quattro racconti evangelici, per mettere a disposizione dei cristiani una presentazione esauriente della vita di Gesù. Taziano compone quindi il vangelo Diatessaron. Questo tentativo incontra subito un grande successo in Oriente. Ma ciò che la Chiesa vuole ascoltare è la testimonianza degli apostoli, perché essi hanno visto e sentito Gesù e perché hanno risposto con la fede. Una fusione delle loro testimonianze rischia di conservare solo i semplici fatti che, in se stessi, non sono significanti. Dunque, si terranno i quattro vangeli così come sono stati scritti.

Le lettere dell’apostolo Paolo formano una raccolta da cui, an- che, verranno attinte le letture cultuali.

Il tutto non forma però un insieme chiaramente delimitato. Qua o là, si hanno remore ad aggiungere a questo elenco altri libri. Così, ad esempio, per la Lettera agli Ebrei e per l’Apocalisse. Le reticenze sollevate da questi due libri (Ebrei è veramente di Paolo e Apocalisse è veramente di Giovanni?) finiscono per perdere la loro forza e ben presto a questa nuova biblioteca verranno aggiunte le lettere di Pietro e di Giovanni.

Ma, secondo i tempi e i luoghi, compaiono nuovi scritti. La stima e il rispetto che circondano le lettere di Clemente di Roma e di Policarpo di Smirne, per esempio, fanno sì che talvolta vengano lette in assemblea. Qui o là, si apprezzano libri falsamente attribuiti a Pietro, Giacomo o Barnaba.

In base a quale criterio decidere se queste opere possono o non possono essere accolte dalle Chiese?

A partire dalla metà del ii secolo compare in Giustino un criterio implicito: si leggono i vangeli perché sono le memorie “degli apostoli”. Ireneo sviluppa questo argomento fino a farne un elemento centrale della sua teologia. L’esistenza di quattro Vangeli risponde per lui a un piano eterno di Dio per la salvezza del mondo. Ci sono quindi quattro vangeli e soltanto quattro. È tramite loro che il Vangelo ricevuto dagli apostoli può giungere fino a noi. Tra Gesù e tutta l’umanità c’è un unico ponte: gli apostoli, il cui messaggio è accolto dalla Chiesa con venerazione.

È questo l’unico canale preso dalla rivelazione del Vangelo? Talvolta, nel ii secolo, se ne è dubitato. Il cristianesimo non ha mai dimenticato la promessa di Gesù: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa» (Giovanni 14,26). È a questo Spirito, dunque, che i profeti, fin dagli inizi della Chiesa, si appellano per offrire il loro messaggio.

di Pierre Prigent

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26 agosto 2019

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