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In ascolto dei giovani dell’Asia

· Il priore della comunità di Taizé in Myanmar, Cina, Corea del Nord e del Sud e India ·

Nel 2013, prima dell’incontro di Strasburgo, ci siamo messi con particolare attenzione all’ascolto dei giovani dell’Asia. Questo ci ha permesso di andare avanti nel cammino che ci porterà nel 2015 verso «una nuova solidarietà». Già da parecchi anni dei giovani asiatici vengono a Taizé e il «pellegrinaggio di fiducia» offre loro la possibilità d’incontrarsi in diversi paesi dell’Asia. Alcuni fratelli della nostra comunità vivono in fraternità nel Bangladesh e nella Corea del Sud. Altri fratelli si recano regolarmente in visita attraverso quel continente.

In ottobre e novembre, insieme ad alcuni fratelli, siamo andati in Myanmar, in Cina, in Corea del Nord e del Sud e in India. Attraverso queste visite, ho voluto esprimere il nostro desiderio di comprendere meglio le situazioni e manifestare solidarietà con coloro che, seguendo Cristo, si impegnano per la pace e la giustizia. Siamo tornati con domande che interrogano ciascuno rispetto a se stesso e al contesto in cui vive.

In Myanmar c’è una grande speranza per un movimento di democratizzazione. Alcuni cristiani partecipano a una «educazione alla democrazia» per preparare il futuro. «Abbiamo bisogno di sviluppo e di educazione», diceva un giovane. Un altro rispondeva: «Abbiamo soprattutto bisogno di comprensione». La diversità delle etnie è una ricchezza per questo bel Paese. Ma numerosi gruppi e comunità vivono conflitti che sembrano insormontabili, nonostante siano stati fatti sforzi per trovare soluzioni accettabili. Le risorse naturali sono molte, ma la popolazione non ne beneficia.

In Cina, a Pechino, un incontro di preghiera ha riunito 150 giovani. Uno di loro voleva che sapessimo questo: «Il nostro sviluppo economico è la parte esterna della realtà. Infatti, interiormente, le persone sentono spesso un vuoto, una mancanza di orientamento e di senso».

Da lì, insieme ad uno dei miei fratelli, abbiamo preso l’aereo per la Corea del Nord. La guerra fredda si prolunga pericolosamente in questa regione del mondo. La divisione fra Corea del Sud e del Nord rimane in entrambi i Paesi una ferita profonda per innumerevoli persone.

I nostri legami con la Corea del Nord risalgono al 1997, quando una terribile carestia causò migliaia di morti. Frère Roger prese allora l’iniziativa di inviare mille tonnellate di cibo. Poi, con l’«Operazione Speranza» abbiamo iniziato a sostenere gli ospedali. Per alcuni medici nord-coreani abbiamo organizzato corsi di perfezionamento in Europa. Un fratello ha visitato diverse volte il Paese. Si sono creati contatti umani preziosi.

Oggi, i bisogni rimangono tanti. Il Paese è estremamente isolato. A Pyongyang siamo stati accolti da rappresentanti della Croce rossa. Ho detto loro: «Taizé non è una Ong, ma una comunità religiosa. Più che l’aiuto materiale, per noi contano gli incontri personali». Abbiamo insistito per andare nelle chiese, anche se durante la settimana sono chiuse. Nell’unica chiesa cattolica di Pyongyang siamo stati ricevuti da un responsabile laico (non ci sono preti), in una delle due chiese protestanti da uno dei pastori, e nella chiesa ortodossa da uno dei due preti. In quelle chiese abbiamo pregato in silenzio. Quel silenzio ha assunto un significato molto forte. Eravamo andati in quel Paese soprattutto per condividere il silenzio?

A Busan, in Corea del Sud, abbiamo partecipato all’assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. I momenti di scambio belli e profondi fra cristiani di numerose confessioni non sono riusciti a cancellare dal mio cuore una domanda: Perché restiamo separati?

L’ultima tappa del pellegrinaggio mi ha portato in India. Prima a Vasai, piccola città su un’isola vicino a Mumbai dove erano riuniti 5.500 giovani. Per arrivare nel posto del raduno bisognava fare l’ultima parte del percorso a piedi. Che sorpresa, durante il cammino, entrare nella casa di una famiglia indù, davanti alla loro abitazione c’era scritto «benvenuti». Una giovane cristiana mi ha spiegato: «Durante le nostre feste religiose manifestiamo il nostro reciproco rispetto condividendo il cibo, aiutando nei lavori pratici». Molti abitanti dell’isola sono pescatori. In piccole barche partono per una settimana o dieci giorni domandandosi ogni volta se faranno ritorno; l’anno scorso una barca non ha fatto ritorno. Prima della partenza, sia i cristiani che quelli di religione indù, passano in chiesa per ricevere la benedizione.

A Mumbai, alcuni giovani avevano preparato una preghiera all’aperto che riuniva 3.000 persone. L’arcivescovo, cardinale Oswald Gracias, ci ha detto che la città conta circa 19 milioni di abitanti, ma che, malgrado uno sviluppo folgorante, la metà di queste persone vive in grande povertà. A Dharavi, il più esteso dei quartieri poveri, siamo stati accolti calorosamente dal prete. Alcuni giovani ci hanno portato a visitare delle famiglie. Anche nella precarietà la gente trova come lavorare per sopravvivere. I cristiani formano delle comunità di base per pregare insieme e sostenersi reciprocamente. Che inventiva! Alcuni giovani si sono riuniti per una preghiera spontanea. Quale sarà l’avvenire di questa metropoli? Essa si espande a dismisura, in certe ore il traffico paralizza la vita, i piani urbanistici non sono all’altezza della sfida.

In questi Paesi dell’Asia così diversi, i cristiani sono spesso una minoranza, ma vogliono essere «sale della terra». Talvolta in modo molto nascosto portano una speranza per le società nelle quali vivono. Vorremmo, sentendoci uniti a loro, approfondire la comunione di tutti coloro che amano Cristo.

fratel Alois

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24 marzo 2019

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