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Artisti in fuga

· Dall'Europa agli Stati Uniti durante il nazismo ·

L’arte d’avanguardia fu la prima vittima della politica culturale di Hitler, una volta salito al potere. In un clima dominato dalla censura, la propaganda nazista si propose di ripristinare l’antico ordine classico bandendo quella che veniva considerata la furia modernista: di conseguenza la cultura che aveva dominato la scena fino agli anni trenta fu espulsa dalla Germania con l’accusa di essere “degenerata”. E così gli artisti che non vollero allinearsi al regime del Führer presero la via dell’esilio: molti di loro approdarono negli Stati Uniti. 

Max Ernst «Vox Angelica» (1942)

Ecco allora che da un’Europa frantumata si ricompose in America un nuovo sistema del sapere, destinato a cambiare radicalmente l’assetto culturale statunitense. All’arrivo in massa di profughi seguì una febbrile attività organizzativa che in breve tempo favorì l’affermarsi di un tessuto culturale tra le cui maglie cominciarono a inserirsi figure di indubbia rilevanza, quali Stefan Zweig, Albert Einstein e Thomas Mann.
Dell’esilio degli artisti dall’Europa dei totalitarismi, dell’incontro culturale e scientifico con il nuovo paese che li accolse, e dell’evoluzione della loro opera tratta il libro di Maria Passaro Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee (Bologna, il Mulino, 2018, pagine 182, euro 16). Il volume pone precisi interrogativi: che cosa è rimasto della rispettiva cultura d’origine nel momento in cui gli artisti esuli hanno cominciato a lavorare negli Stati Uniti e che cosa ha significato la loro “americanizzazione” da un punto di vista artistico? E c’è un altro interrogativo altrettanto importante: il confronto con una diversa cultura ha esaltato i talenti di questi artisti e portato a risultati che non avrebbero mai potuto conseguire nelle rispettive terre d’origine? Queste modalità di riflessione — rileva l’autrice, docente di storia dell’arte contemporanea all’università di Salerno — hanno portato a capovolgere la nozione stessa di esilio così come si è andata configurando nella più recente storiografia.
Gli studi su questa stagione artistica tendono infatti a ragionare solo delle privazioni, della perdita e dello sradicamento che l’esperienza dell’esilio produce nell’arte dei rifugiati. E molto più spesso, il ragionamento si ferma al momento dell’abbandono della terra d’origine, come se gli anni americani coincidessero con la perdita dell’identità anche artistica.
Il libro percorre invece una diversa via: punta a ricostruire l’esperienza di chi ha rinunciato alla terra d’origine, di chi ha voluto restare, per sempre, cittadino di un altro paese. In questa prospettiva gli Stati Uniti si configurano come la terra della salvezza, dove è possibile stabilire un nuovo inizio. Senza rimpianti e senza venature nostalgiche.
Ma prima di arrivare in America gli artisti in fuga dovettero fare tappe intermedie. A Parigi si rifugiò Kandinsky, subito dopo la chiusura forzata del Bauhaus di Berlino. A Londra riparò Mondrian. Un’ondata di esuli arrivò in America subito dopo il crollo della Francia nel 1940. La storia della fuga da un paese ormai occupato dai nazisti, scrive Passaro, sembra tratta dalle pagine di un romanzo. Il protagonista è un eroe americano, Varian Fry, che arrivò a Marsiglia con una lunga lista di nomi di grandi artisti che doveva salvare su incarico del governo americano: in quella lista figuravano, tra gli altri, i nomi di Breton e di Chagall. Sebbene molti artisti francesi non guardassero con favore alla cultura americana, questi contribuirono nondimeno a tradurre i principi e i dettami dell’avanguardia europea a beneficio della formazione dei giovani statunitensi, soprattutto di quelli che di lì a poco avrebbero fatto parte dell’espressionismo astratto. Ma non solo. I canoni della nuova pittura astratta, quella più geometrica ed essenziale, si riveleranno fondamentali per l’elaborazione delle teorie artistiche degli anni sessanta. Per il minimalismo, in particolare.
L’imponente esodo dall’Europa ebbe così l’effetto di cambiare radicalmente il paesaggio artistico internazionale del XX secolo. Un cambiamento favorito anche dalla collaborazione delle istituzioni artistiche americane. Al riguardo non si deve dimenticare che l’accoglienza americana era stata già preparata da importanti mostre che avevano assolto il compito di consolidare la fama di questi rifugiati speciali. Si pensi al moma e al coinvolgimento del suo primo direttore, Alfred Barr Jr., impegnato a sostenere l’arte degli esiliati europei e attento, nello stesso tempo, a individuare oculate strategie di mercato. E ci sono anche le gallerie, come quella di Pierre Matisse, figlio del più famoso Henri, che nel 1942 organizzò a New York la mostra «Artisti in esilio». Quattordici esuli trovarono in quello spazio espositivo una preziosa occasione per mostrarsi in gruppo, uniti e motivati. Tra loro figuravano artisti del calibro di Mondrian, Mirò, Ernst, Chagall, Breton.
Oltre a seguire il percorso creativo di questi grandi artisti, il libro contiene spunti e rilievi che contribuiscono a offrire una vivida rappresentazione del panorama culturale di quegli anni. L’autrice ricorda che nel luglio del 1943 apparve su «The American Mercury» un articolo intitolato Hitler’s Gift to America. Il dono di cui parla Martin Gumbert, l’autore del testo, si riferisce all’enorme potenziale culturale che arrivava dal vecchio continente. «Le forze intellettuali, messe al bando in Europa, si sono riunite negli Stati Uniti» scriveva con una sottile vena di ironia Gumbert, che osservava: «Siamo di fronte a una singolare generazione di immigrati, formata da scienziati e da artisti».
C’è un quadro che, più di altri, risulta essere uno specchio fedele di come il peregrinare dell’artista entri in simbiosi con l’evoluzione della tecnica pittorica: si tratta della Composizione con rosso, giallo e blu di Mondrian. Il pittore olandese l’aveva cominciata a Parigi, ci aveva poi lavorato a Londra e l’aveva terminata a New York.

Mondrian da principio non voleva che il suo peregrinare forzato incidesse sullo sviluppo della sua narrazione artistica. Ma finì per accettare l’evidenza che l’opera, per avere dignità artistica, doveva restituire necessariamente la realtà. Ecco allora che quel peregrinare determinò variazioni significative sulla tela: da Parigi a New York l’uso del nero si ridusse sensibilmente e le celeberrime linee, cifra stilistica di Mondrian per eccellenza, si spostarono nello spazio della tela, facendo registrare una distanza maggiore l’una dall’altra. Fu Sidney Janis, uno dei più influenti critici statunitensi dell’epoca, a sentenziare che negli Stati Uniti era nata la nuova arte di Mondrian, che a Parigi aveva sposato la linea nera e da essa aveva divorziato una volta giunto a New York.

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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