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Arte e libertà

· Boris Pasternak protagonista al Meeting di Rimini nella mostra «Mia sorella la vita» ·

Il 21 agosto s’inaugura la XXXII edizione del Meeting di Rimini. Tra le mostre presentate c’è «Mia sorella la vita», dedicata a Boris Pasternak. L’esposizione — anticipata con testi e foto nel numero di luglio della rivista «La Nuova Europa» — è curata da Giovanna Parravicini e Adriano Dell’Asta. Dal catalogo (Seriate, Fondazione Russia Cristiana, 2011, euro 10) pubblichiamo ampi stralci del ricordo del figlio dello scrittore e del saggio conclusivo.

Nel suo libro Disputed Questions il monaco trappista, poeta e teologo Thomas Merton inserì un capitolo intitolato «Il caso Pasternak». Nell’estate del 1959 inviò a Pasternak il proprio saggio The People with Watch Chains . I due si erano conosciuti per corrispondenza nell’estate del 1958, ancor prima dell’uscita dell’edizione inglese de Il dottor Živago .

L’interesse di Merton era stato suscitato dalla lettura del Salvacondotto e di alcune poesie de Il dottor Živago , e il breve scambio epistolare contribuì ad arricchire di aspetti esistenziali l’immagine che se n’era fatto.

Nel suo libro Merton scriveva: «La prima cosa che mi ha colpito facendo conoscenza con Pasternak come artista e uomo è stato il senso religioso, nel senso più ampio del termine; sia nella sua personalità, sia nella filosofia su cui si basa quanto scrive, balzano all’occhio gli elementi cristiani che vi sono espressi. Sarebbe una forzatura definire Pasternak un combattente per il cristianesimo, il suo profilo religioso è più ampio, esteso, enigmatico ed esistenziale, e l’impronta della sua personalità, come uomo di autentica ispirazione interiore, si esprime più intensamente in quello che è stato, che non in ciò che ha detto.

Nonostante l’indubbia importanza della sua arte — continua Merton — resta essenziale anche la testimonianza personale di Pasternak, come segno della nobiltà, apertura e sincerità che caratterizzano una persona libera e dotata di genio creativo. Come incarnazione vivente del calore umano e della generosità, attualmente così carenti nel mondo, egli è divenuto un simbolo della sincerità e dirittura umana nella follia del nostro tempo. Non è in alcun modo un ribelle, ma non può accettare stereotipi semplicemente perché, per grazia di Dio, è una persona troppo viva per poter tradire se stesso e la vita. Se la visione del mondo di Pasternak è liturgica, si tratta più della liturgia cosmica del libro della Genesi, che non della liturgia gerarchica dell’Apocalisse, dello Pseudo-Dionigi o dell’ortodossia, sebbene Pasternak ami molto questa liturgia e appartenga a questa Chiesa».

L’alto apprezzamento di Thomas Merton rallegra per la sua benevolenza e colpisce anche per la penetrante esattezza della sua visione.

In una lettera alla sua corrispondente americana Miriam Rogers, Pasternak riconosceva: «Lo spirito fondamentale delle mie esperienze o tentativi è una concezione dell’arte, una creazione e ispirazione intese come sacrificio di una raccolta abnegazione, in una remota e umile similitudine dell’Ultima cena e dell’Eucarestia. Infatti, l’espressione figurata della nostra cultura, gli eroi e i personaggi della storia europea sono in qualche modo un’imitazione di Gesù Cristo o gli sono strettamente legati, e il Vangelo è fondamento di ciò che chiamiamo regno della letteratura e realismo».

Ciò che si poteva dire apertamente in una lettera personale a un’americana o in versi poetici scritti a nome dell’immaginario protagonista del romanzo, nel saggio autobiografico Uomini e posizioni Pasternak lo riscontrava anche nei poeti a lui affini per inclinazione e concezione. Parlava di «paralleli liturgici» in Blok e in Majakovskij e paragonava i versi di Majakovskij «Forse che capirete voialtri / come mai io, / così sereno, / attraverso una tempesta di scherni / porti la mia anima su un vassoio / al banchetto degli anni a venire», alle parole della liturgia del Sabato santo: «Il Re dei re e Signore dei signori viene per essere immolato e darsi in nutrimento ai fedeli».

Le impressioni riportate dal primo incontro con Majakovskij e dalla lettura della Tragedia diedero a Pasternak la possibilità di vedere in lui un’affinità, così consonante anche a lui stesso, tra l’autentica arte e il sacrificio di Cristo, l’idea, scrive in Il salvacondotto , che «la passione, se è sufficiente per perpetuare la stirpe, è insufficiente per la creazione, che ha bisogno della particolare passione necessaria a perpetuare l’immagine della specie, cioè di una passione interiormente simile alla Passione, e la cui novità è interiormente simile a una nuova Promessa».

La densa laconicità dell’affermazione e la parola «passione» scritta — secondo le norme del tempo — con la minuscola, smussavano il pathos sacrificale che vi echeggia e toglievano incisività e forse comprensibilità al senso di questi testi.

Ma bisogna sottolineare in primo luogo che il vivo riverbero della concezione cristiana di Pasternak in campo artistico è una totale libertà interiore, e questo segna profondamente tutto ciò che ha scritto. La libertà come forma di vita, come metodo creativo e come religione.

Nel Vangelo, è la conoscenza della verità a rendere libero l’uomo: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», dice Cristo «ai Giudei che avevano creduto in lui» ( Giovanni , 8, 31-32). Riprendendo questo concetto, in Il dottor Živago Pasternak, parlando della fedeltà a Cristo, indica il fondamento della vita per l’uomo contemporaneo nell’«idea della libertà personale e della vita come sacrificio».

Notiamo l’unità radicale esistente per il cristiano fra questi concetti, che escludono arbitrio e irresponsabilità. L’idea di libertà non è mai stata intesa da Pasternak come un’esenzione dal dovere o un’indulgenza, ma è sempre stata legata ai concetti di «piena produttività», bontà, coraggio e «indipendenza da debolezze e calcoli estranei», come scriveva nel 1936.

Gli anni 1910-1912 furono per Pasternak il periodo del superamento della tragicità giovanile, la Todes Ahnung , contro cui lottò con rigoroso ascetismo. La forza principale che aiutò Pasternak a vincere questo stato d’animo fu l’arte, la sua vocazione poetica.

Nei primi esperimenti letterari vediamo le tracce di questa lotta tormentosa, e negli abbozzi di poesie del 1911-1913 emergono motivi cristiani quali l’ammirazione per la sopportazione delle derisioni che vede nei poveri di spirito, o viceversa il lamento per l’impenetrabilità del cielo.

Emergendo alla luce dal vuoto tenebroso della disperazione, Pasternak imparò a gioire della bellezza della vita e a scorgerne ovunque le tracce. Il sentimento della beatitudine non consiste solo nel fatto che chi non si attende nulla si rallegra per ogni cosa che lo circonda, ma nel saper cogliere nell’oggetto stesso ciò che esiste oltre la sua visibilità e lo rende portatore di gioia, nel riconoscere la causa di questo miracolo come la componente principale dell’oggetto stesso.

Le cose sono un miracolo quando racchiudono in sé qualcosa di più grande di sé e significano qualcosa: «La vita è simbolica perché ha un significato», scrive Pasternak in Il dottor Živago .

La vittoria sui sentimenti di autodistruzione si riflette nella poesia Marburgo , scritta nel 1916. Mia sorella la vita , scritta nell’estate dell’anno successivo, prende il titolo dall’inno di san Francesco d’Assisi e diviene espressione di una gioia di esistere colma di riconoscenza.

Oltre al rimando a san Francesco, nel titolo del libro è insito un senso religioso che siamo aiutati a comprendere dalla lettera di Pasternak ai genitori del 21 agosto 1914, in cui parla della necessità di fidarsi della vita e di credere all’assenza del male nella Provvidenza divina: «È una specie di fede o addirittura la fede stessa a suggerirmi che, su ciò che di più bello e profondo c’è nella vita, il destino non può non soffermarsi con amore (...) Mi fanno paura queste parole. Forse, non mi esprimo chiaramente, forse è il nostro pudore, di noi cosiddetti intellettuali. Ma in realtà non sto parlando del destino bensì di un angelo del destino, oggetto infinito delle nostre più profonde riflessioni e perenne coetaneo nostro, con il quale restiamo a tu per tu quando parliamo tra noi e noi passeggiando, o meditiamo, o ci sentiamo soli in mezzo alla gente. In fin dei conti, sto parlando di Dio».

Nella concezione di Pasternak, la vita è dunque un’ipostasi di Dio. «Io sono la resurrezione e la vita» ( Giovanni , 16, 25), dice Cristo, e Mia sorella la vita è un inno alla vita.

Della forza salvifica dell’arte, che dona all’uomo una «seconda nascita», Pasternak parla all’inizio della terza parte de Il salvacondotto — e a questo tema dedica tutta la sua opera. Di fronte al suicidio di Majakovskij o della Cvetaeva, con il suo acuto senso di compartecipazione Pasternak si sentiva colpevole: non era riuscito a salvarli, a proteggerli! — sebbene nel rapporto con loro avesse sempre cercato di opporsi al fascino dell’autodistruzione che si avvertiva nei loro versi.

Anche le sue lettere e poesie ad Anna Achmatova sono cariche di un trepido senso di responsabilità per le sue sorti, e nelle sue parole di sostegno si sente il desiderio di rinsaldare la sua speranza e fede nella vita: «Posso fare qualcosa per rallegrarla almeno un poco e interessarla all’esistenza, in questa tenebra che sta nuovamente incombendo, e di cui ogni giorno sento, tremando, stendersi l’ombra anche su di me? Come ricordarle a sufficienza che vivere e voler vivere (...) è Suo dovere davanti ai viventi, perché le idee sulla vita crollano facilmente ed è raro che qualcuno le sostenga, mentre Lei è il loro principale artefice», le scrive il 1° novembre 1940.

E prosegue: «Mi perdoni se con tanta rozzezza, un po’ come si fa coi bambini, le porto esempi di vita quotidiana per dirle che non bisogna mai abbandonare la speranza. Tutte queste cose Lei, da vera cristiana, deve saperle; ma Lei lo sa che valore ha la Sua speranza, e come deve custodirla?».

L’autentica arte, secondo Pasternak, conferisce valore alla vita e si contrappone così alle tendenze distruttive dell’umanità. Per questo rifiutò di sottoscrivere l’appello per la pace di Stoccolma nel 1950, ritenendo che rinsaldare nell’uomo la fede nel valore dell’esistenza fosse ben più importante che non apporre un’insensata firma a un appello che era un vacuo strumento di propaganda politica.

Comprendeva che, ridestando con la parola l’amore alla vita, egli realizzava l’opera affidatagli da Dio, e in questo vedeva la propria vocazione.


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