Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Arresti a Hong Kong
per l’assalto al parlamento

· ​La Gran Bretagna convoca l’ambasciatore cinese ·

 Arrivano i primi arresti, annunciati, dopo la manifestazione di protesta del 1° luglio a Hong Kong, quando un gruppo di dimostranti è riuscito a entrare in parlamento, prima di essere allontanato dalle forze di sicurezza.

La polizia ha riferito di aver arrestato dodici persone per quello che ha definito «incidente violento» al compound del parlamento, all’Admiralty. Si tratta di undici uomini e una donna, tra i 14 e i 36 anni. Sei arresti invece, sono stati eseguiti per il corteo del 30 giugno pro polizia e pro Pechino, con accuse quali il possesso di armi e adunanza illegale.

Gli arresti erano stati ampiamente annunciati dai media. Per individuare i presunti autori delle devastazioni, gli inquirenti hanno lavorato per due giorni con gli esperti della scientifica isolando e recintando gli spazi come si trattasse della «scena di un crimine», come hanno polemicamente riferito ieri i deputati vicini alle posizioni dei dimostranti. Gli arresti erano stati temporaneamente sospesi in attesa del via libera da parte del dipartimento di giustizia.

Le proteste, si ricorda, sono partite dalla controversa legge sulle estradizioni in Cina, ora congelata, considerata dai manifestanti come uno strumento di erosione dell’autonomia di Hong Kong a favore di una maggiore ingerenza di Pechino.

A questo proposito, il governo britannico ha convocato l’ambasciatore cinese al ministero degli esteri, dopo che il diplomatico aveva intimato al Regno Unito di tenere le «mani fuori da Hong Kong». Il governo britannico aveva messo in guardia dai rischi rappresentati da una “repressione” dei manifestanti, e per tutta risposta l’ambasciatore Liu Xiaming aveva accusato Londra di aver dimenticato che Hong Kong non è più una colonia britannica. Per la precisione Pechino aveva messo in guardia Londra contro ogni «interferenza nei suoi affari interni» e l’ambasciatore aveva parlato di relazioni “danneggiate” dai commenti fatti dal segretario agli esteri britannico Jeremy Hunt e da altri a sostegno dei dimostranti.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE